Lungi dal poter essere esaustivo su tutto il periodo napoleonico in Italia e su tutti gli aspetti delle varie Repubbliche “giacobine” sorte nel cosiddetto “triennio rivoluzionario” o “giacobino” ( quest’ultima definizione in realtà da scartare, come vedremo in seguito ) dal 1796 al 1799 e altresì lontani dal poter esaminare tutte le problematiche inerenti il Regno d’Italia, il Regno di Napoli e tutti quei territori italiani sotto la diretta influenza francese o intorno alla sua sfera orbitanti, esaminerò alcuni dei più confusi, e a mio modo di vedere essenziali, temi che videro e vedono, fra i vari storiografi e cronisti, svariati punti di contrasto, quando non di aperta opposizione.
Qualcuno si stupirà rilevando, nel corso della lettura della tesina, il metodo originale che ho adottato per svolgere il mio discorso sull’età napoleonica, soprattutto constatando che l’autore della suddetta sia un neofita, o meglio un “non-specialista” della storia moderna. Sarò pertanto chiaro sin dal principio, sperando mi si vogliano perdonare la necessaria sintesi con cui tratterò alcuni argomenti, per ragioni di tempo, e soprattutto alcune prese di posizione nette che tuttavia circostanzierò dettagliatamente
con notevole supporto di fonti di vario tipo.
Le ricerche e le riflessioni storiche sull’età rivoluzionaria e napoleonica in Italia non sono mancate in questi anni, pur scontando il peso di una lacerazione e di una contrapposizione politica che iniziano nei giorni stessi della “Campagna d’Italia” di Bonaparte, si sviluppano per tutto il periodo risorgimentale e post-unitario, si accendono dopo il 1945, e si riaccendono anche in questi giorni. Solo per fare alcuni nomi che ricorreranno spesso durante la trattazione della tesina, possiamo partire da Cuoco, Croce, Cantimori, De Felice, Gramsci, Saitta, fino ad arrivare agli storici più recenti, le cui opere sono l’oggetto del nostro studio, Carlo Capra e Carlo Zaghi ( con un terzo studioso, Diez, che citerò brevemente ).
Capra e Zaghi, pur prospettando un “triennio 1796-
Da questa premessa sarà facile intuire quale sarà il mio metodo, ovvero quello di esporre i punti di vista dell’uno e dell’altro permettendomi di inserire dei miei giudizi fra un dialogo e l’altro e non basandomi sulla cronologia delle opere prese in esame: “L’età rivoluzionaria e napoleonica in Italia 1796-
“Più di altri periodi della storia d’Italia, l’età rivoluzionaria e napoleonica ha sofferto a lungo di quella particolare deformazione ottica nota come storiografia dei precorrimenti, che consiste nell’indagare su uomini e cose del passato non per il loro intrinseco interesse, o se si vuole per la luce che gettano su tutto lo sviluppo storico successivo ( ivi compreso quel che ancora non è, ma forse sarà, per rifarci a una formula di Saitta ) ma in quanto preannuncio o punto di partenza di movimenti politici e intellettuali anch’essi trascorsi, ancorché a noi più vicini nel tempo”.[1]
Così esordiva il professor Capra nella premessa della sua opera da noi presa in esame, nonché una delle sue più conosciute. Alla luce della situazione storiografica attuale è facile affermare che il superamento di questa “storiografia dei precorrimenti”, già denunziato da storiografi del calibro di Franco Venturi e Rosario Villari per quel che concerne il 1700 ( quest’ultimo duramente accusato da Zaghi ), si sia arrestato con lo stesso Capra, infatti attualmente il più importante storico del periodo rivoluzionario e napoleonico è ritenuto Carlo Zaghi, il quale fa ampio utilizzo del barbaro metodo della “storiografia dei precorrimenti”, come da me sarà ampiamente testimoniato.
Così continuava Capra: “Per il ventennio 1796-1815 la questione è indubbiamente più complessa, giacché è innegabile che proprio alloallora si pongono […] le premesse concrete della lotta per l’indipendenza e l’unificazione nazionale, che incautamente si erano volute anticipare al 1748 o addirittura al 1713. Non ci stupirà quindi che il primo volume della Storia dell’Italia moderna di Giorgio Candeloro, nutrita di succhi marxisti e gramsciani, porti lo stesso titolo, Le origini del Risorgimento, dei due volumi intrisi di esasperato nazionalismo pubblicati da Ettore Rota nel
Gli stessi succhi marxisti e gramsciani che Capra contestava a Candeloro li ritroveremo prepotentemente in Zaghi.
L’incipit dell’opera di Zaghi da noi presa in esame è costituito da una serie di statistiche demografiche di dubbia qualità sull’Europa pre-rivoluzionaria che si soffermano particolarmente sulla situazione italiana, passando in seguito a valutare gli sviluppi delle classi sociali italiane ( da lui suddivise in nobiltà,clero, borghesia, popolo, contadini, poveri, ebrei ). Passando in rassegna questi paragrafetti, è subito chiaro quali siano le reali intenzioni filo giacobine e filo rivoluzionarie del nostro autore, che per altro celano, nemmeno troppo velatamente, la volontà di esaltare le origini della sinistra Italiana ( assodato che fu proprio a partire da quegli anni che si formarono distinzioni di tipo partitico come “moderati”, “democratici” e “terroristi”, che sono più o meno equivalenti alle nostre “destra”, “sinistra” ed “estremisti” ). Leggiamo una parte del paragrafo intitolato“La nobiltà”: “Circa la consistenza patrimoniale dell’aristocrazia lombarda, intorno al 1730 la proprietà fondiaria abbracciava il 49% della superficie della collina, il 42 di quella dell’altipiano e il 46 di quella della pianura. Su 156 patrizi, secondo le ricerche dell’Arese, ben 30 avevano una rendita annua oscillante dalle 300 mila lire […] alle 45 mila; 32 una rendita compresa tra le 45 e le 28 mila; 44 una rendita compresa tra le 28 e le 16 mila; 50 tra le 16 e le 10 mila. E’ chiaro che quando il generale Bonaparte nel 1796 imporrà alla Lombardia un tributo straordinario di 20 milioni non si può dire che chiedesse sacrifici superiori alle reali possibilità del paese”[3].
Passiamo alla lettura de “Il clero”: “Secondo in ordine di ricchezza e di potere, veniva il clero, che nell’aristocrazia s’integrava in due modi: sia per il suo reclutamento umano, sia per la natura stessa delle sue rendite, composte in gran parte di prelevamenti feudali. Una popolazione ecclesiastica straripante, ad onta delle riduzioni operate dai principi, stretta in una organizzazione capillare, coi suoi addentellati socio-economico-culturali, che invadeva il potere civile e lo condizionava, cresciuta al di là delle esigenze pastorali delle popolazioni, in parte parassitaria, accampata sulle spalle degli abitanti come su un paese di conquista o di eterna missione […]”, proseguendo poi il discorso per dimostrare che: “
Proseguiamo con “La borghesia”: “In posizione nettamente antagonistica, rispetto alla nobiltà e al clero, si colloca la borghesia: un ceto immenso, eterogeneo, frazionato, con decine di anime e di volti diversi, che non ha né omogeneità di funzioni, né identità di comportamento, di tipo non ancora capitalistico-industriale o capitalistico-agrario, quanto piuttosto di tipo mercantile-terriero, o interamente terriero, ma senza spinte rivoluzionarie, né fortemente innovatrici, infeudata alla nobiltà, di cui amava ripetere i fasti, e in posizione subalterna rispetto al clero, di cui appetisce il patrimonio fondiario. Di tutte le categorie, la più autenticamente borghese sul terreno politico in senso moderno, è quella professionale, che non è né affaristica in senso stretto, né fondiaria, né censitaria in assoluto, dominata da un pragmatismo estremo, che con la crisi dell’Ancien Régime esce dall’anonimato e si presenta sulla scena della storia non più come comparsa, ma come protagonista del proprio destino […].Sarà da questa categoria che il Triennio rivoluzionario attingerà il meglio dei suoi quadri”. Vedremo ora come questa classificazione della borghesia sia del tutto contraddetta dalle ricerche di Carlo Capra.
Capra nella nota conclusiva della sua opera, pone il problema in un orizzonte molto più amplio quando dichiara: “Sarà risultata ormai chiara la nostra persuasione che sul terreno dello stato e della società […] ben più che nel campo ideologico o economico, sia da ricercare il fondamentale apporto del periodo napoleonico alla formazione dell’Italia contemporanea. Definire in poche parole tale apporto non è impresa facile, tanto più che mentre si sono moltiplicati negli ultimi decenni i lavori di validissimi studiosi sulle vendite dei beni nazionali, sull’evoluzione del regime fondiario e sull’economia agricola fra Sette e Ottocento […], molto più scarse e di qualità variabile sono invece le indagini sulle trasformazioni istituzionali e sociali. Tale squilibrio non è secondo noi casuale, ma riflette un orientamento diffuso nella storiografia italiana recente ( soprattutto quella di ispirazione marxista ), secondo cui sono sempre e comunque l’assetto delle proprietà e i rapporti di produzione a fornirci la chiave per comprendere i mutamenti che si verificano nella sfera della società civile e dello Stato, dei quali è data per scontata la corrispondenza con più profonde modificazioni nel tessuto economico. Così, poiché il Settecento appariva come il secolo del << passaggio dal sistema feudale a quello capitalistico nelle campagne >>[5] e dell’emergere della borghesia come ceto economico, l’età napoleonica, presa in se stessa o come fase d’avvio del moto risorgimentale, doveva necessariamente segnare l’ascesa al potere politico da parte di questa stessa borghesia. L’irruzione delle armi francesi nella penisola appariva in quest’ottica come la levatrice di un ordine politico-sociale di cui il secolo XVIII era già gravido”[6]. Contestando le opinioni di Guido Guazza e di Farolfi ( studiosi dai quali molto attingerà Zaghi ) a tal riguardo, così continua Capra: “Solo in questi ultimi anni la fede nelle magnifiche sorti della borghesia si è venuta un poco smorzando […]. Nuovi studi sono venuti per così dire riscoprendo il peso e la lunga durata […] del predominio nobiliare […]. […] Potremmo partire dalla constatazione che se lo stato napoleonico era borghese nei suoi fondamenti […], non lo era o lo era infinitamente meno la società alla quale esso veniva imposto, caratterizzata dal predominio della rendita sul profitto, dalla concentrazione in poche mani della proprietà della terra, dalla forte impronta aristocratica che conservava la classe dirigente anche dopo l’abolizione dei titoli. […] Abbiamo espresso altrove l’opinione che la promozione di nuovi gruppi all’èlite della possidenza fu superiore quantitativamente, ma non qualitativamente diversa dal secolare processo di infiltrazione che era servito insieme a mantenere la consistenza numerica del ceto dominante e a prevenire il formarsi di tensioni sociali […]”[7].
Ma la parte che a noi più interessa del discorso di Capra è quest’ultima: “ Se di borghesia si vuol parlare, è questa la seconda considerazione, allora non ai ceti mercantili e imprenditoriali ( in sicuro declino ) bisogna rivolger l’attenzione, bensì alla nuova burocrazia che sempre più spesso usciva dalle scuole e dalle università riformate: poche decine di migliaia di persone, in tutta la penisola, ma preparate e capaci, concentrate nelle sedi del governo centrale o periferico e forti dell’identificazione con uno stato autoritario e progressivo”[8].
Spero di aver sufficientemente dimostrato come i discorsi e le fonti che utilizza Zaghi siano volte ad un certo tipo di propaganda e mostrino una volontà netta di ritornare su posizioni ormai superate e strumentali, asservendo a ricerca storiografica alla più becera e arrogante propaganda politica filo comunista.
Ritorniamo ad occuparci degli astrusi e contraddittori paragrafetti di Zaghi esaminando “I contadini”: “ Nei gradini più bassi della scala sociale si collocano i contadini, che rappresentavano mediamente l’80-85% dell’intera popolazione ( per salire a 90 e più in alcune zone del Mantovano, del Bolognese, del Ferrarese, della Romagna, delle Marche, ecc. ), e i contadini-proprietari semi-proletarizzati, i quali possedevano piccoli appezzamenti di terreno […]. Un mondo in crisi, dominato da miti, credenze e tradizioni secolari, tramandate religiosamente da una generazione all’altra, che tutti accettavano senza discutere, dove dai primi del Seicento era in atto un processo di pauperizzazione che non si arresterà fino al XIX secolo […]. Gravato, quel ch’è più grave, da quasi tutto il costo della produzione, da pesi pubblici e da prestazioni private, oppresso da una miseria endemica, abtante in case umide e malsane, spesso in promiscuità con gli animali, in condizioni igieniche e sanitarie spaventose, con una alimentazione povera e inadeguata ai bisogni vitali dell’individuo, legato alla terra da contratti mezzadrili capestro, puntigliosamente applicati e dilatati a capriccio del padrone. Considerato dal proprietario alla stregua d’uno schiavo anonimo e senza personalità, come semplice manovalanza o materia bruta, il contadino analfabeta era prigioniero in una struttura economica e in un processo produttivo di cui è la condizione prima, ma nella quale non ha voce alcuna, perennemente indebitato nel confronto del padrone e, quindi, sempre più sottomesso alla sua volontà. […] Di qui la fuga disperata di molti verso la città in cerca di un pane meno amaro e sicuro di condizioni di vita meno bestiali”[9]. Sul tema dei contadini si soffermerà più avanti quando parlerà delle insorgenze antifrancesi riducendone i motivi all’ignoranza e allo squallore dei contadini, spinti a rivoltarsi ai “liberatori” francesi solo perché sospinti a ciò dal clero.
Molto più pacato sarà il giudizio che ci verrà fornito del mondo contadino da parte di Carlo Capra.
Ma prima di esaminare il giudizio di Capra sui contadini, varrà sicuramente la pena riportare il passo con cui Zaghi chiude la carrellata delle classi sociali: “ E’ su questa società barocca e paesana, stratificata, immobile nel tempo, rigida nelle sue secolari strutture, razzista sotto il profilo sociale, popolata di miti e d’ingiustizie, solo qua e là percorsa da fremiti di riforma negli spiriti più aperti; su questo compatto tessuto socio-economico, politico-culturale e religioso, appena scalfito dall’illuminismo a senso unico dei principi, che si abbatterà la folgore della Rivoluzione francese e delle armate repubblicane, squassando da cima a fondo e accelerandone lo sviluppo, dando l’avvìo ad un processo storico inarrestabile e irreversibile, che finirà per cambiare in breve il volto dell’intera penisola”[10]. Come si può ben vedere, sono valutazioni arbitrarie ed esasperate in netta contraddizione con le statistiche e le fonti provenienti dallo stesso apparato napoleonico ( sia repubblicano sia regio ), avido com’era di sondaggi e informazioni di vario tipo. Tutto questo è ancora solo una minima parte del lavoro di Zaghi, e già ho ampliamente dimostrato come l’impostazione del suo lavoro ne infici quasi totalmente il valore. Ciò non mi sorprende, in quanto l’indole violenta dell’autore in questione non è palesata solo dalle sue opere, ma dalla sua stessa biografia che lo vede, ancora giovinetto ( nacque infatti nel 1910 ), protagonista di un’azione violenta contro un suo professore di matematica alla quale seguì l’immediata espulsione da tutte le scuole dell’allora Regno d’Italia ( 1927 ). Quel che tuttavia desta notevole preoccupazione è che sul lavoro di tale individuo si siano sprecate più volte parole di consenso e di ammirazione provenienti sia da storiografi sia dal mondo politico, valgano qui per tutte la testimonianza di stima che viene dall’allora autorevole esponente di sinistra e oggi Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano: “ Il prof.Zaghi ha onorato Napoli con il suo lavoro di giornalista e il suo impegno di studioso, ed è conosciuto e ricordato come un grande gentiluomo e un autentico liberale e democratico”[11] e le dichiarazioni rilasciate da Zaghi stesso soffermandosi sulla differenza fra il giacobinismo rivoluzionario francese e quello italiano “Questa la vera e più autentica pagina del Risorgimento, la pagina più intrepida e infiammata della storia d’Italia, il primo riscatto dal lungo servaggio ecclesiastico, nobiliare e dinastico”[12].
Da queste premesse sarà più facile per noi comprendere il divario tra le parole di Zaghi e quelle di Capra. Leggiamo quest’ultimo: “ L’espansione delle armi francesi nella penisola fu accompagnata, un po’ dovunque, da tumulti e sollevazioni popolari di varia natura e intensità, ma diretti quasi sempre contro gli invasori e i loro alleati locali. Bonaparte era appena entrato a Milano che già, il 23 maggio 1796, la plebe di Pavia rafforzata da torme di contadini venuti dalla campagna costrinse l’esigua guarnigione francese ad asserragliarsi nel castello e si mise in caccia dei << giacobini >>; l’esempio di Pavia fu subito seguito da Rinasco, ed entrambe le città furono duramente punite da Bonaparte con il sacco e l’incendio. Ma questo esempio non bastò a scoraggiare le popolazioni del resto della Lombardia. Disordini antifrancesi si ebbero nel corso dell’estate, in coincidenza con una controffensiva imperiale, a Cremona, Casalmaggiore, Varese ( un anno dopo sarà la volta della Valtellina ). In Emilia, Lugo insorse alla fine di giugno contro i francesi e contro la municipalità di Ferrara, e fu necessario l’intervento di un corpo di spedizione al comando del generale Augereau per vincere la sua resistenza. Nel novembre-dicembre 1796 fu
Qui la riflessione si complica, perché entrambi i nostri autori, non si sa quanto per distrazione e quanto per malafede, non riportino dati omogenei per tutto il territorio italiano ma si concentrino soprattutto su quelle zone in cui maggiore, anche se solo a livello intellettuale, fu l’adesione all’invasione francese. Un esempio formidabile ci viene dagli studi di alcuni storiografi veneti, che dimostrano chiaramente come in realtà le truppe napoleoniche non fossero così sprovvedute di mezzi quando invasero il nord d’Italia con vittorie travolgenti da Chiavasso in poi, bensì è ormai ampiamente attestato che l’occupazione francese fu agevolata da traditori, terroristi giacobini, che fecero da spie in favore del nemico francese indicando con estrema precisione in quali territori le truppe avrebbero potuto reperire le risorse, in modo che quei 40.000 ( secondo Zaghi ) o 35.000 ( secondo Capra ) straccioni francesi a botta sicura trovavano le risorse per proseguire la loro devastante marcia che portò a ruberie sempre più vaste e danneggiò pesantemente e irreparabilmente il patrimonio economico e artistico, più velocemente d’un epidemia di peste ( pensò poi il loro degno capo Napoleone a completare l’opera, prima come generale al soldo del correttissimo direttorio francese e poi come imperatore-ladrone ). In poche parole è facilissimo constatare come i giacobini, tanto lodati da Zaghi come veri e primi patrioti, non fossero altro che estremisti esasperati con connivenze di tipo terroristico. Molti dati ci sono rimasti dalle municipalità venete di terraferma, nonostante la loro breve durata e il tentativo di eliminare molti documenti compromettenti ( cosa comune a tutti i governi che stanno per cadere ), sui sopraddetti argomenti e sulle attività di queste municipalità, il cui primo impegno fu quello di fornire denaro e materie di sostentamento alle truppe francesi e quello di promuovere nuove imposte per finanziarsi. Altri sorprendenti documenti che i nostri autori evitano accuratamente di citare li troviamo negli archivi militari di Parigi dai quali risulta che per ogni paese, e per le frazioni più minute, sono indicati ad esempio i numeri dei buoi e delle capre, l’entità della produzione di fieno, il numero delle fonti d’acqua, una descrizione minuta del paesaggio. Altre preziose testimonianze ci sono fornite da alcune stame e riviste che hanno superato le maglie della censura delle autorità militari francesi, per la verità non troppo strette almeno per i primi anni di occupazione e per tutto il cosiddetto “triennio rivoluzionario”, per esempio da un notissimo giornalista veneziano, Vittorio Barzoni, che scrive opuscoli di fuoco contro la municipalità democratica, gli abusi, gli errori, le vessazioni che questa municipalità compie con l’aiuto e con l’appoggio dei francesi. Entrambi gli autori da noi presi in esame, ma soprattutto Zaghi, ci parlano del favore con cui furono accolte le truppe napoleoniche a Milano, ci mostrano uno scenario di profonde trasformazioni e di fervore da parte dei democratici e dei giacobini che iniziano a riempire la città di giornali opuscoli, stampe, avvisi e, in seguito, i vivaci ed infuocati dibattiti durante i primi giorni della repubblica Cisalpina, si menziona con grande enfasi il concorso pubblico indetto dall’amministrazione generale della Lombardia nel settembre del 1796, ma non ci si è posti una domanda fondamentale, a mio modo di vedere, e cioè come mai se i “giacobini” secondo Zaghi erano in assoluta maggioranza favorevoli ad una Nazione italiana autonoma, una e indivisibile, delle tre parole simbolo della rivoluzione francese utilizzavano solo le prime due ( ovvero libertè ed egalitè ) omettendo fraternitè ? E’ un fatto a mio avviso importantissimo, infatti nella stessa Milano la parola fraternitè circolò solo nei primi giorni, poi, quando il potere venne preso man mano dai giacobini lombardi e non più dalle forze di occupazione francese, essa viene eliminata, anche questo concorre a far cadere la teoria di Zaghi su una larghissima influenza della rivoluzione francese su quello che poi sarà il Risorgimento italiano. Mi indusse a questa ricerca la lettura del titolo del settimo paragrafo della prima sezione ( Il triennio rivoluzionario 1796-1799 ) di Carlo Capra che così recitava: “7 I significati di libertà e uguaglianza”[16]. Leggiamo insieme: “Poche parole furono tanto usate e commentate nel triennio rivoluzionario come libertà e uguaglianza. Per i moderati si trattava di chiarire che libertà non significava licenza e che l’uguaglianza era tale solo in senso giuridico e non intaccava per nulla le gerarchie sociali fondate sul censo e sulla proprietà dei mezzi di produzione; i democratici intendevano invece dare all’uguaglianza un contenuto più concreto, anche se rifuggivano in generale dalle << leggi agrarie >> o da altri provvedimenti che violassero il diritto di proprietà”[17]. Infine nel medesimo paragrafo riporta due documenti distinti, uno del moderato Melchiorre Cesarotti, l’altro un estratto da un articolo del “Giornale degli amici della libertà e dell’uguaglianza”, di chiara ispirazione democratica, su cui scrissero anche Giovanni Rasori, Melchiorre Gioia e Leonardo Cesare Loschi, tutti autori delle fonti predilette da Zaghi, che si soffermava per intere pagine sulle opinioni di questi intellettuali. Ma questa trattazione ci permette di aprire un’altra importante questione su chi realmente fossero i giacobini italiani. Il Capra ci dice: “Protagonisti delle prime congiure << giacobine >> furono soprattutto, come si è visto per il caso Zamboni, i giovani, in ogni tempo più facili agli entusiasmi e più impazienti degli ostacoli che si oppongono a un rinnovamento totale della società Ma accanto a questo fattore psicologico bisogna porre la mancanza di prospettive per coloro che, in maggior numero che nel passato, uscivano dalle scuole e dalle università negli ultimi anni dell’antico regime e non trovavano più sbocchi né nelle pubbliche carriere, né nelle professioni private. Secondo lo storico Luigi Blanch ( 1784-1872 ), acuto interprete della realtà sociale napoletana tra Sette e Ottocento, fu << l’indignazione di non aver niuna importanza nello Stato >>, tra l’altro, a spingere molti rampolli delle famiglie nobili verso le nuove idee ( a ). Nel nord un vero e proprio fenomeno di << disoccupazione intellettuale >> ci è attestato piuttosto per i ceti medi, da cui uscirono la maggior parte dei giacobini: significative le testimonianze […] del poligrafo Francesco Becattini che fungeva nel 1796 da informatore del Direttorio francese a Milano ( b ), e dell’anonimo estensore di un rapporto al barone di Thugut da Modena nel 1799 ( c )”[18]. Ora confrontiamo queste dichiarazioni con quelle di Zaghi, prima sui rapporti fra i giacobini italiani e Bonaparte, poi sui giacobini in generale: “Affermare come fanno Mathiez, Godechot, Fugier e Saitta, che fu la scoperta dei legami tra Buonarroti ( incaricato da Delacroix di tenere i contatti con i patrioti italiani) e Babeuf ad allontanare il Direttorio e Bonaparte da ogni possibilità d’accordo coi giacobini italiani, significa, a nosto modesto parere, dar corpo alle ombre, in quanto tali accordi (se mai ci furono) si erano dissolti da solo e si erano rivelati, all’atto pratico, e fin dall’inizio della campagna, del tutto inconsistenti ed inconcludenti, prima ancora dell’arresto di Buonarroti in Parigi (10 marzo ’96). Non <<tradimento>>, quindi, di Bonaparte verso i patrioti, come vogliono alcuni, semmai delusione da parte sua per i tanto decantati aiuti, rivelatisi inconcludenti sul piano politico, ammesso che avesse mai creduto seriamente alla validità effettiva di tali aiuti”[19]. Facili sono invece i riscontri dei contatti di Buonarroti con Babeuf, si veda anche una sua lettera ai patrioti piemontesi riportata dal Capra a pagina 40. Passiamo ora a leggere quel che ci dice Zaghi sul “partito democratico-giacobino” nella Cisalpina: “Il movimento democratico-giacobino nella Cisalpina si pone fin dal primo momento come alternativa potenziale dell’egemonia moderata. Non ha alcuna importanza il fatto che in Italia i << giacobini >> siano apparsi sulla scena della storia in un periodo diverso da quello francese, quando in Francia, cioè, essi erano già stati liquidati dalla reazione termidoriana. Liquidati, ma non spariti dalla scena politica, in quanto frange eversive e rivoluzionarie sopravvivranno un po’ dovunque alle purghe e alle epurazioni direttoriali a far sentire la loro voce e il loro peso sul corso degli avvenimenti. Il problema non è di lessico, ma di contenuto. Essere giacobini era un atteggiamento mentale, una posizione politica e ideologica di fronte alla realtà sociale del paese, al corso degli avvenimenti e ai molti problemi che di volta in volta si presentavano, al modo di giudicarli e di affrontarli. E’ in questo contesto politico e culturale che il giacobinismo italiano va visto e studiato. Fin dal suo primo momento esso annovera nelle sue file gli animi più irrequieti e avventurosi, gli spiriti più aperti e coraggiosi, individui d’ogni età e condizione sociale […], animati da un saldo sentimento patriottico e nazionale, ben più dei gruppi nobiliari e borghesi moderati, che nel Triennio rivoluzionario non diedero mai prove clamorose di saldezza d’ideali e di convinzioni profonde. Sono in maggioranza avvocati e medici, letterati, sacerdoti, artisiti, militari, pubblicisti, commercianti, burocrati, insegnanti, nobili di provincia dissestati, o cadetti in cerca di un impiego, giovani insofferenti della grigia e monotona vita cittadina, come Pino e Teulié che all’arrivo dei francesi a Milano abbandonano la professione forense per darsi alle armi e, come Joubert in Francia, salgono i più alti gradi della carriera militare, o che disertano dall’esercito austriaco, come Lahoz, per combattere fino in fondo una sfortunata battaglia << nazionale >>, che finirà per travolgerli; caldissimi di sentimenti repubblicani, come Porro, Visconti, Salvador, Ranza, Lauberg, Celentani, Della Valle, Foscolo, Pindemonte, Cerise, Pco, ecc.; pieni di lanci democratici come Fantoni (il poeta Labindo), che, col Russo a Roma e a Napoli, è una delle più alte espressioni del giacobinismo italiano; combattenti intrepidi per l’unità nazionale, come Salfi, Abbamonti e Galdi; giornalisti battaglieri, pronti anche a sfidare il carcere, come Labus, Custodi, Rasori, Ristori, Contri, Agnini, il primo Gioja, il primo Compagnoni, Poggi, Barelle, Valeriani; ardenti fautori della democrazia sociale come L’Aurora, De Attellis, Gioannetti; soldati valorosi come Pino e Teulié, come il generale Fantuzzi, che aveva combattuto con Kosciuszko in Polonia e morendo da prode durante l’assedio di Genova avrà l’onore d’una orazione funebre del Foscolo; uomini d’alte qualità morali e politiche, come Alessandri, Savoldi, Brunetti, Smancini, Cicognara, Lamberti, Pelagatti, ecc. Gente, per concludere, che non è sempre da individuare, come vogliono alcuni, in piccoli borghesi malcontenti, pullulanti nei minori centri di provincia, o in minuscoli intellettuali, o in preti semicolti senza fortuna, di cui la provincia italiana è sempre stata ricca; ma in rivoluzionari attivi, compromessi nelle cospirazioni, superstiti dei movimenti clandestini dei Zamboni-De Rolandis, dei Di Blasi, dei De Deo-Vitaliani, delle congiure giacobine piemontesi e napoletane del 1794, costretti all’esilio per sottrarsi al furore dei principi, che in Francia, nel crogiolo delle grandi battaglie, avevano respirato l’aria della rivoluzione politica e sociale, completato la loro formazione democratica, allargato i loro orizzonti culturali e politici ed erano diventati atei, irriverenti, radicali, democratici, giacobini, rivoluzionari e avevano stretto legami con le punte più avanzate dei partiti politici: legami che non si spezzeranno mai e che sopravvivranno a tutte le battaglie (soprattutto con le frange babuviste superstiti, Buonarroti, Lepelletier, Antonelle, Drouet, Fion, Puget de Barbantane, Vattard, ecc.). Se i gruppi e i ceti più sensibili alle nuove idee e alle nuove correnti culturali e politiche sono epigoni dell’illuminismo delusi, esponenti del medio e piccolo ceto professionale, artigianale, commerciale e impiegatizio, quelli più refrattari alla rivoluzione e alla repubblica sono i contadini, gli operai, i braccianti, il basso popolo e l’infima plebe, gente rozza, incolta, in grandissima parte analfabeta, alle prese continuamente col problema della sussistenza, chiusa ad ogni novità, infeudata, per antica tradizione e necessità di vita, alla nobiltà e al clero. Di queste masse popolari i più aperti alle nuove idee sembrano essere i portinai, i camerieri, i garzoni dei negozi e delle botteghe artigianali, più a contatto col mondo esterno”[20]. Come si vede chiaramente, le dichiarazioni di questa persona, oltre ad essere propagandistiche e tendenziose fino a sfiorare le soglie del grottesco e del ridicolo, sono facilmente contestabili con una semplice consultazione dei documenti a nostra disposizione. Egli evita, come si è visto, di parlare del problema linguistico del termine “giacobino”, considerandolo irrilevante, ma è veramente così? Gli studi del professor Erasmo Leso dimostrano che “ il termine “giacobino” largamente impiegato in riferimento sia alla Francia sia all’Italia ha raramente un mero valore descrittivo molto più spesso ha un’intonazione decisamente peggiorativa, non solo da parte dei controrivoluzionari, anzi, è sgradito, con poche eccezioni, agli stessi patrioti, che lo ritengono un termine infamante, utilizzato ad arte dai loro avversari”[21]. Appurato ciò, qual’era allora la reale consistenza degli autentici “giacobini italiani”? Ce lo diranno le ricerche del professor Paolo Prete: “Troppo forte, talvolta, è l'urgenza celebrativa e talvolta anche politicamente strumentale per una rivisitazione di uomini e vicende così cariche di implicazioni ancora vive nell'attualità della nostra vicenda politica; eppure, anche le municipalità democratiche attendono una nuova occasione di studio, non sottratta certo alle passioni dei nostri tempi - a conferma davvero bruciante che tutta la storia è storia contemporanea - ma almeno sottoposta ad un vaglio paziente e rigoroso di fonti e di analisi. […] I veri giacobini erano già stati rovesciati in Francia dal colpo di stato dei 9 Termidoro, e Bonaparte, in Italia, non è l'espressione dei giacobini, ma è l'espressione del nuovo indirizzo moderato e anti-giacobino del Direttorio […].Semmai, tra patrioti e democratici veneti è più agevole e più facile, dal punto di vista storico, distinguere tra i "moderati" e gli "estremisti"; nettamente maggioritari i moderati", molto attivi, però, i cosiddetti "estremisti"; vi ricordo che i termini "moderato" ed "estremista", come quelli di "destra", "sinistra", "centro" e "terrorista" nascono nel linguaggio politico proprio in questi anni: gli uni e gli altri sono presenti nelle municipalità; i secondi, i cosiddetti l'estremisti" o "terroristi", come li chiamavano, sono gli unici, i veri, i pochi giacobini, e sono quelli presenti, ad esempio, nelle Società di Pubblica Istruzione di Vicenza e Venezia; in quest'ultima, oltre ai nomi di Dandolo e di Giubani, vi ricordo che spicca la figura dei Foscolo, che in una delle sedute si scaglia contro i preti, contro
E’ allora evidente che Zaghi tende ad escludere le forze moderate dal processo rivoluzionario, considerando come rivoluzionai solamente i democratici-giacobini e attribuendo a questi ultimi ogni istanza di rinnovamento. In realtà anche le forze moderate, anzi soprattutto le forze moderate, attuarono quelle poche riforme che il periodo storico permetteva e che permettevano i veri padroni dell’Italia, ossia Napoleone, il Direttorio e
Ma occupiamoci ora di quale sia il punto di vista di Zaghi sul Cuoco e sul Botta, riportando un passo in cui parla delle insorgenze in questi termini: “Certo le ruberie e le imposizioni furono una gran piaga, la più grave e la più odiosa di tutta l’occupazione francese, come quella che toccava indiscriminatamente un po’ tutti, ricchi e poveri, e soprattutto le classi nobiliari e aristocratiche, che Bonaparte non voleva punire, e quella borghese su cui fondava la sua politica, e non c’è dubbio che molto contribuì a raffreddare gli animi e a creare una diffusa barriera di diffidenza e d’odio verso i francesi, e offrì il destro ai nemici della rivoluzione, che non erano pochi e sparsi un po’ dovunque e in tutte le classi, di rappresentare l’armata d’Italia come un ammasso di ladri e di predoni fedifraghi e di incitare le masse popolari alla rivolta. E’ un fatto però che il fenomeno, ingigantito ed espanso ad arte dalla propaganda reazionaria, trovò cronisti miopi ( come Mantovani, l’anonimo autore dell’Ambrosiana a Milano, Rovani a Modena, ecc.) e storici nazionalisti pieni di livore antifrancese (come il Cuoco e il Botta), i quali dietro un fenomeno comune a tutte le guerre e a tutte le conquiste trovarono il modo d’imbastire un autentico processo alla Rivoluzione e alla conquista francese della penisola; e che in una guerra di autentica << liberazione>>, come fu quella di Bonaparte nel 1796-97, pur con tutte le sue violenze e i suoi eccessi, non seppero vedere altro che una guerra di rapina, e dietro ad un paese depredato e saccheggiato non avvertivano che c’era un paese che si svegliava dal secolare letargo […]”[27]. Oltre alle ingiuste critiche mosse al Cuoco, viene facile contestare a Zaghi anche la definizione di “guerra di autentica liberazione” data all’invasione di Bonaparte. Sappiamo infatti che la stessa pianificazione della Campagna d’Italia, voluta dal Direttorio francese, non rappresentava altro che un diversivo per distogliere le truppe austriache da quello che era il vero obbiettivo, il confine della riva sinistra Reno. Anche se Napoleone, allora sconosciuto generale, disattese le aspettative del Direttorio, mai si mostrò uomo rivoluzionario, e sicuramente la distinzione fra un Napoleone generale della Repubblica Francese e un Napoleone Console prima e Imperatore poi è del tutto arbitraria, come puntualmente ci documenta il Capra con ampi stralci di lettere dello stesso Napoleone e di membri del Direttorio che riporteremo più avanti. Intanto vediamo come giustifichi Zaghi queste sue posizioni: “Quando nel marzo 1796 il generale Bonaparte scende in Italia con un esercito di circa 40 mia uomini […] nessuno immaginava che andava ad aprirsi un capitolo completamente nuovo e diverso, e decisivo, per la storia d’Italia e del suo risorgimento. Perché l’esercito che scendeva dalle Alpi non era uno dei tanti eserciti delle vecchie monarchie straniere venuti per secoli a fare conquiste nella penisola per ragioni dinastiche, o familiari, o matrimoniali, o di pura potenza, tra l’indifferenza delle popolazioni, che delle guerre e delle conquiste vedevano soltantoi pesi e le violenze e non i benefici, assuefatte da secoli ed estranee a siffatte operazioni di pura marca militare e politica, e ai periodici trapassi di potere da un sovrano ad un altro, fino al punto di perdere coscienza del succedersi degli eventi e della condizione nazionale d’appartenenza; ma un esercito mai visto fino allora, stracciato e sbracato, senza un’apparente disciplina, che in più parlava un lingaggio del tutto diverso da quelli uditi in passato, con idee di libertà e di eguaglianza, e non di conquista, di giustizia e non di oppressione, e invitava i popoli a spezzare le catene della schiavitù e ad organizzarsi secodo i propri gusti e le proprie tendenze.”[28] Contina poi citando Stendhal ( cosa che farà molte altre volte parlando del Regno ): “Le général en chef Bonaparte entra dans Milan; L’Italie se réveilla, et pour l’histoire de l’esprit humain, l’Italie sera toujours la moité de l’Europe”[29] e ancora: “Molti hanno visto e giudicato la politica italiana e continentale di Napoleone imperatore, dimenticando o ignorando che tra il generale e l’imperatore c’è un abisso; che la politica del primo fu quasi sempre agli antipodi di quella del secondo e che mentre la politica del generale praticata in Lombardia fu moderatamente liberale e democratica, la politica dell’imperatore fu sempre rigidamente autoritaria, accentratrice, livellatrice e illiberale. Altri hanno visto la campagna d’Italia del 1796-97 come una semplice operazione finanziaria destinata a rinsanguare le esauste casse dello stato, e non come una campagna militare vera e propria destinata a rovesciare le sorti della guerra che si combatteva in Austria e in Germania e che nel fondo, il contrasto tra il governo centrale di Parigi e Bonaparte sul destino dell’Italia era più d’ordine psicologico che politico, più di forma che di contenuto”[30].
E’ ampiamente dimostrato che in realtà, anche se le truppe francesi prima del 1796 non avevano mai varcato i confini del territorio italiano se non marginalmente, che la proclamazione dei principi di libertà e uguaglianza e l’eco delle grandi giornate parigine avevano profondamente influenzato l’opinione pubblica e la vita interna dei vari stati della penisola.
Su Napoleone generale vediamo quale sia la posizione del Capra: “Sia nella condotta delle operazioni militari, sia nelle trattative diplomatiche il generale Bonaparte aveva agito in modo sempre più indipendente dalle direttive del suo governo, che avrebbe voluto fare delle conquiste italiane una moneta di scambio per ottenere la riva sinistra del Reno. Ergendosi a protettore dei territori << liberati >>, egli si creava una base di potere personale, e favorendo o tollerando l’azione dei << patrioti >>, che subito uscirono allo scoperto e si diedero a formare società popolari, a pubblicare giornali e diffondere tra il popolo i grandi principi dell’89, dimostrava al Direttorio la maturità degli italiani a ricevere gli ordinamenti repubblicani. […] Ma in seguito, quando si trattò di dare a questi territori un’organizzazione stabile, le scelte di Bonaparte si orientarono chiaramente verso gli elementi più moderati, i soli che gli apparivano dotati dell’esperienza, del prestigio e della docilità necessari per assicurare il funzionamento dei governo, arginare le tendenze controrivoluzionarie subito manifestatesi tra le masse e al tempo stesso mantenere con
Abbiamo intuito fin qui quanto varie e variegate siano le posizioni di contrasto fra gli studiosi del periodo “giacobino” e soprattutto alcuni evidenti punti di rottura fra gli studiosi da noi presi maggiormente in esame, Carlo Capra e Carlo Zaghi. Ma questi contrasti, queste divergenze di impostazione non mancano nemmeno durante il periodo del Regno d’Italia o, se si vuole, dell’Impero costruito da Napoleone. Se qui si è abbastanza unanimi nel segnalare alcuni punti fermi, come la grandissima portata innovatrice del Codice Napoleone e si riconosce anche il valore unitario che quest’ultimo assume per aver esteso a quasi tutta la penisola una legislazione essenzialmente equiparata ( salvo alcuni aspetti formali ), le divergenze esplodono quando si analizza l’assetto socio-economico.
Nella conclusione della sua voluminosa opera, Zaghi ci dice: “Nel corso di venticinque anni la storia aveva camminato talmente in fretta in Europa da fare quello che in tre secoli non era stata capace di fare. Se in Europa
Risulta lampante come queste affermazioni, oltre ad essere prive di fondamento, come documentato sopra, per quanto concerne i due differenti aspetti della Cisalpina come repubblica democratica e centro d’irradiazione degli ideali di libertà e d’uguaglianza e il Regno come stato autoritario e “colonia francese”, che evidentemente furono due aspetti identici e due sopraffazioni dello straniero nei confronti dell’Italia, oltretutto si rifanno ad una penosa e deplorevole ( oltre che sorpassata ) teoria marxista-gramsciana. Ecco alcuni esempi datati a cui il nostro Zaghi fa ovvio riferimento: Benedetto Croce (1866-1952) - che si richiama a Cuoco per sottolineare il distacco fra la classe politica e la nazione - riduce in larga misura la storia del Mezzogiorno d'Italia a quella del suo ceto intellettuale e giunge a idealizzare i giacobini come una nuova aristocrazia, << quella reale, dell'intelletto e dell'animo >>[33]. Antonio Gramsci (1891-1937), che utilizza lo stesso procedimento logico, si rammarica dell'assenza << momentanea >> di un'avanguardia intellettuale, cioè di un partito leninista non ancora fondato, e propone una interpretazione delle insorgenze in chiave di lotta di classe fra contadini e borghesia. Secondo l'ideologo marxista << [...] la città fu schiacciata dalla campagna, organizzata nelle orde del cardinale Ruffo perché
Ma continuiamo la nostra impietosa lettura dei passi di questo stolto storiografo che credeva di poter manipolare a piacimento e impunemente le vicende storiche del nostro paese utilizzando la subdola arma del dire e non dire e fonti raffazzonate e quasi sempre di seconda mano, evitando di pubblicare quelle raccolte nella sua carriera di topo di biblioteca perché affermanti circostanze contrarie alle sue tesi e relegate nel “deposito cartaceo” del paesello di Argenta ( suo paese natale, che non manca di glorificare nelle sue miserabili pagine ). Così continuava: “ […] Due facce dello stesso fenomeno, ma vissute in condizioni politiche e sociali e militari diverse: una, rivoluzionaria per istinto, esplosiva, disordinata, entusiasta, ingenua ed utopistica anche, esaltata da un lato e ferocemente criticata dall’altro, come tutte le rivoluzioni che mirano ad incidere profondamente nel tessuto sciale del paese, e pur patetica nelle sue illusioni libertarie, democratiche e unitarie, animata da un proselitismo politico e ideologico, che doveva sovvertire in breve tutta la penisola; l’altra opaca, grigia, dominata dall’ordine geometrico, rigida nelle sue strutture civili e amministrative, in cui le idee erano bandite o perseguitata come forme di disordine e di disgregazione sociale, e la cultura asservita al potere; una che opera direttamente sulle coscienze per svegliare e richiamare alla realtà della storia, fervida di slanci libertari e d’identità democratiche; l’altra, che predilige l’ordine, l’obbedienza cieca, che schiaccia gli individui e ne comprime i pensieri, i sentimenti e le aspirazioni. Nella Cisalpina abbiamo un’opinione pubblica che si esprime nei circoli e nei club patriottici, nei raggruppamenti politici, nelle dimostrazioni pubbliche […]; nel Regno la stampa ufficiale, l’assenza di critica, la chiusura di circoli e delle associazioni popolari e assemblee mute e rassegnate. Nella Cisalpina c’è dialettica, discorso e confronto politico, una appassionata e sofferta aspirazione unitaria e indipendentistica, una classe dirigente estremamente politicizzata, formata in gran parte di elementi della piccola e media borghesia professionale e imprenditoriale, per sua natura emancipatrice e fautrice dell’espansione territoriale politica ed economica; nel Regno c’è il silenzio, la rassegnazione e l’ubbidienza assoluta ad un mitico sovrano da parte di una classe che non fa politica ma amministrazione, la quale conduce una battaglia di retroguardia, illiberale di nome e di fatto, e non capace di elaborare un suo programma politico e sociale e considera la libertà non come una << cosa naturale >>, ma come il << frutto di civiltà raffinate e superiori >>[35].
Questo linguaggio carco di succhi propagandistici di stampo comunista e marxista rende di per se palese il ridicolo di cui Zaghi si ricopre e, vista la sua infinita popolarità in Italia e all’estero, di cui ricopre il nostro paese e ci fa comprendere quanta strada ci sia ancora da fare per arrivare a dei giudizi storici se non proprio obbiettivi, almeno non così grotteschi. Già ho evidenziato come questa tendenza “unitaria” di questi pseudo-giacobini non risulti dalla stessa terminologia patriottica che esclude intenzionalmente la parola “fraternité”, ma ora è il caso di far parlare a nostra testimonianza nientemeno che uno dei giacobini più accesi di quel periodo, e chi se non il grande rivoluzionario toscano Filippo Buonarroti, che cercò invano e in tutti i modi di esortare i patrioti all’unità: “ […] Rassicuriamoci dunque circa i rumori d’una prossima pace che si fanno correre con tanta insistenza. Sì, ci avviciniamo al momento felice di vedere la nostra patria libera! Spariscano per sempre, ormai, tra i patrioti le frivole distinzioni basate sull’esser nati a Napoli, Milano, Genova o Torino. Siamo tutti d’uno stesso paese, d’una stessa patria. Gli Italiani sono tutti fratelli. Quelle puerili differenze possono, lo capite, creare mille ostacoli al nostro scopo comune. Gli italiani devono quindi affratellarsi tutti e fare causa comune, consultarsi tra di loro intorno ai mezzi più facili. E poiché non abbiamo il piacere di trovarci con voi sul posto per avere voce in capitolo, vi inviamo le deboli opinioni che ci sembrano utili e che senza dubbio conoscete meglio di noi”[36].
Queste le speranze mai avveratesi di un esule piemontese in Francia, dove poteva respirare evidentemente quelle idee di liberté, egalité, fraternité che il popolo italiano, se a questo punto possiamo chiamarlo popolo in quell’epoca, non ha mai realmente condiviso. L’ultima parola a tal proposito però la voglio dare a Carlo Capra: “Sarà risultata ormai chiara la nostra persuasione che sul terreno dello stato e della società […] sia da ricercare il fondamentale apporto del periodo napoleonico alla formazione dell’Italia contemporanea”[37]. Il resto di questo discorso conclusivo del Capra l’avevo già riportato e sarà sufficiente tornare indietro di qualche pagina, così come indietro è palesemente tornata la storiografia Italiana, checché ne possa pensare Zaghi quando afferma che “la storia è un processo continuo di progresso”.
BIBLOGRAFIA FINALE
6. PRETO PAOLO, I giacobini veneti del secondo Settecento, in “incontro di studio: La “rivoluzione” del
7. SAITTA A. , Filippo Buonarroti. Contributo alla storia della sua vita e del suo pensiero, Edizioni di storia e letteratura, Roma, 1950-51 vol. II.
8. STENDHAL, Rome, Naples et Florence en 1817 suivi de l’Italie en
9. VILLARI R. , Il riformismo e l’evoluzione delle campagne italiane nel Settecento, attraverso gli studi recenti, in Studi storici, V, 1964.
10. ZAGHI CARLO, L’Italia di Napoleone dalla Cisalpina al Regno, in Storia d’Italia, U.T.E.T., Torino, 1989.
11. Atti del convegno commemorativo del novantesimo compleanno di Zaghi, Ferrara, 27 Marzo 2001.
[1] C.CAPRA, L’età rivoluzionaria e napoleonica in Italia 1796-
[2] ibidem
[3] C. Zaghi, L’Italia di Napoleone dalla Cisalpina al Regno, in Storia d’Italia, U.T.E.T., Torino, 1989, p. 19.
[4] C. Zaghi, op. cit . , pp. 20-21.
[5] R. Villari, Il riformismo e l’evoluzione delle campagne italiane nel Settecento, attraverso gli studi recenti, in Studi storici, V, 1964, n. 4, p. 613.
[6] C. Capra, op. cit. , pp. 317-318.
[7] Ibidem.
[8] C. Capra, op. cit. , p 320
[9] C. Zaghi, op. cit. , pp. 23-24
[10] Ibidem
[11] Atti del convegno commemorativo del novantesimo compleanno di Zaghi, Ferrara, 27 Marzo 2001.
[12] Ibidem
[13] C. Capra, op. cit. , p. 94.
[14] C. Capra, op. cit. , p 96
[15] Ibidem.
[16] C. Capra, op. cit. , p. 56
[17] Ibidem.
[18] C. Capra, op. cit. , p. 38
[19] C. Zaghi, op. cit. , pp. 60-61.
[20] C. Zaghi, op. cit. , pp. 159-161
[21] E. Leso, Lingua e rivoluzione. Ricerche sul vocabolario politico italiano del triennio rivoluzionario 1796-1799, Istituto veneto di scienze, lettere ed arti, Venezia 1991.
[22] P. Preto, I giacobini veneti del secondo Settecento, in “incontro di studio: La “rivoluzione” del
[23] V. Cuoco, Saggio storico sulla rivoluzione di Napoli, edizione critica a cura di Antonino De Francesco, Piero Lacaita Editore, Manduria-Bari-Roma 1998 (Cfr. anche Saggio storico sulla rivoluzione di Napoli del
[24] V. Cuoco, Saggio storico sulla rivoluzione del 1799 ( reprint a cura di P. Villani ), Bari, Laterza, 1976
[25] C. Capra, op. cit. , p. 45
[26] Ibidem.
[27] C. Zaghi, op. cit. , p. 41.
[28] C. Zaghi, op. cit. , p. 27
[29] Stendhal, Rome, Naples et Florence en 1817 suivi de l’Italie en
[30] C. Zaghi, op. cit. , pp. 29-30.
[31] C. Capra, op. cit. , pp. 25-27.
[32] C. Zaghi, op. cit. , pp. 651-652
[33] B. Croce, Storia del regno di Napoli, Laterza, Bari 1980, p. 200.
[34] A. Gramsci, La rivoluzione italiana, Newton Compton, Roma 1976, p. 252
[35] C. Zaghi, op. cit. , pp. 652-653
[36] Lettera di Buonarroti e Cerise a Pellisseri, Parigi, 3 febbraio 1796 ( trad. dall’originale francese ), in A. Saitta, Filippo Buonarroti. Contributo alla storia della sua vita e del suo pensiero, Edizioni di storia e letteratura, Roma, 1950-51 vol. II, pp. 1-2.
[37] C. Capra, op. cit. , p. 318
[...] somno leni placidoque revinctus
[...] visus Homerus adesse poeta
O pietas animi!
[...] avvinto da un sonno dolce e tranquillo
[...] mi apparve il poeta Omero
O pietà dell'animo!

Ennio nacque a Rudiae ( Rugge, fra Brindisi e Taranto ) , come egli stesso ci dice in un verso esultante per la cittadinanza romana appena acquisita ( Nos sumus Romani qui fuimus ante Rudini ), nel
Vale la pena menzionare una delle sue operette filosofeggianti, l'Euehemerus, in cui divulga una singolare teoria secondo la quale gli dei, in origine, sarebbero stati eroi e benefattori dell'umanità e solo in seguito divinizzati.
Tornando agli Annales, possiamo dire che si tratta di un poema epico - storico in 18 libri, raccolti in esadi e in triadi, di cui conserviamo circa 600 versi.
Già dal primo verso, "Musae, quae pedibus magnum pulsatis Olympum = Muse, che camminando percorrete il vasto Olimpo", possiamo cogliere alcune importanti novità, ovvero l'introduzione delle Muse, fino ad allora sconosciute a Roma, e sopratutto l'introduzione dell'esametro. Come dissi alcuni post fa, Ennio comprese subito il valore di queste novità da lui apportate, e non si fece scrupoli ad attaccare i predecessori ( "[...]altri scrissero s questa materia/con i versi che un tempo cantavano i Fauni e gli indovini/quando ancora nessuno si era avvicinato alle rocce delle Muse/nè c'era alcuno, prima di me, che fosse studioso della parola ( dicti studiosus *) , /ma noi ardimmo aprire le fonti della poesia ). Ennio in quest'opera straordinaria fuse Omero con il gusto ellenistico, celebrò non solo Scipione, Marco Fulvio Nobiliore e Metello, ma anche 'intero popolo romano, trattandone tutta la storia, anno per anno, dalle origini ai tempi suoi, da Enea fio al
Per quanto concerne lo stile, Ennio ebbe una straordinaria abilità descrittiva, testimoniataci, per esempio, dal frammento mitico che riguarda Ilia, figlia di Enea, madre di Romolo. Qui, nell'atmosfera angosciosa del sogno, egli riesce a tratteggiare con accuratezza la psicologia dei personaggi e lo sconvolgimento della protagonista, che prefigura in sogno la sua stessa morte per mano del tiranno Amulio, il quale la farà gettare nel Tevere. Numerosissimi sono gli effetti fonici e le metafore, persino i suoni onomatopeici ( il "taratantara" delle trombe ), o ancora assonanze ( " O Tite Tati tibi tanta, turannae, tulisti" ).
* in realtà dicti studiosus è un termine che Ennio utilizza in maniera esplicita e tecnica per indicare il suo lavoro di filologo, infatti egli fu un grande studioso sia di testi greci, sia dei suoi predecessori romani. ( Di questo aspetto ci occuperemo trattando la filologia latina ).
Saluti dal vostro Pirgopolinice

La consecutiva si riconosce dal fato che è preannunziata da:
| così .......... che ( così..........da ) | ita.........ut |
| così .......... che ( così.........da ) | ( davanti adogg. ) tam......ut |
| tanto..........che ( tanto........da) | tantum.........ut |
| tanto grande che ( tanto grande da ) | tantus.........ut |
| a tal punto........che | adeo..........ut |
Tanti, plurale indicante numero = tot
Esempio: Pirgopolinice è così buono da apparire come un dio = Pyrgopolinices tam bonus est t appareat deus.
o ancora: Pirgopolinice giunse con tanti amici da stupire ( che stupì ) = Pyrgopolinices cum tot amicis vennit ut omnes obstupefecerit.
Saluti dal vostro Pirgopolinice
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Novità in arrivo dal mondo di Pirgopolinice, è infatti in allestimento il sito nella versione interamente inlingua latina!
Oltre ai contenuti di questo blog, troverete: un forum e una chat bilingue in italiano e in latino; una sezione dedicata ai linck verso altri siti in latino e tanto altro! ©

Pirgopolinice: " Quando e dove sei nato?"
Nevio: " Anche se ho cittadinanza Romana, sono un campano di Capua, ove sono nato, se la memoria non mi inganna, nel 270 a.C. circa".
P. : "La tua condizione di libero cittadino, diversamente da Livio Andronico, ti ha permesso di esprimerti in maniera più libera?"
N.:"Io ho cercato con tutte le mie forze di difendere la mia libertà e il mio libero pensiero, spesso ho avuto modo di criticare i padroni di Roma, Scipione l'Africano e la famiglia dei Metelli. Non ricordi forse quel mio verso spiritoso che mi costò il carcere? "Fato Metelli Romae consules fiunt" ( Per volontà del fato i Metelli diventarono consoli a Roma ). Se non fosse stato per l'intercessione dei tribuni della plebe, avrei trascorso la mia vita in carcere, così una volta libero, mi diedi alla fuga, per trascorrere i miei ultimi giorni a Utica, in Africa."
P. : "Vogliamo parlare della tua produzione letteraria ?"
N. : "Il mio interesse principale è certamente il poema epico, ma non disdegno tragedie e commedie alla maniera italica. Il mio poema si intitola Bellum Poenicum, e, come suggerisce il nome stesso, tratto di argomenti che conosco, che ho vissuto in prima persona ome conbattente, al contrario di Livio che parlava di cose lontanissime. L'ho composto come carmen continuum ( senza divisione in libri ) e come metro ho scelto il buon vecchio saturnio. Con scrupolo ho inserito ognifatto della guerra contro i Cartaginesi, con qualche flashback mitico qua e là soprattutto sulla partenza di Enea da Troia e l'opera di Romolo. Il mio interesse è soprattutto quello di riportare un codice etico in cui si rispecchino gli ideali romani, senza esaltare solitari eroi, ma tutti, dal soldato al comandante, di chi ha saputo anteporre all'interesse personale quello collettivo della res publica. Per me la guerra è stata vinta grazie alla fedeltà di tutti i combattenti romani ai nostri valori, pietas e virtus."
Saluti dal vostro Pirgopolinice
©
©Singolare Plurale
Nominativo Amicus Amici
Genitivo Amici Amicorum
Dativo Amico A micis
Accusativo Amicum Amicos
Vocativo Amice Amici
Ablativo Amico Amicis
Dativo singolare o più ei = oi -> cade la i resta la o
Accusativo singolare om -> la o si oscura in u
Ablativo singolare od-> o
Genitivo plurale om -> um -> orum
Accusativo plurale ons -> os
Ablativo plurale o più eis -> ois -> is
©
1) Pronome relativo, quando, prima di esso, si trovi un sostantivo al quale si riferisce ( e mai un verbo ).
Esempio: Tu ami coloro che Pirgopolinice ritiene buoni = Amas, quos Pyrgopolinices bonos putat, o ancora: Quos Pyrgopolinices bonos putat, tu amas.
2) Che congiunzione in dipendenza da verbo dicendi od opinandi ( introduce l'oggettiva ).
Esempio: Pirgopolinice diceva che Artotrogo era partito = Pyrgopolinices icebat Artotrogum decessisse. Tu pensavi che molti avrebbero chiesto il tuoaiuto = Cogitabas multos auxilium tuum petituros esse.
3) Che interrogativo = che cosa = quid.
Esempio: Che farà il legato? = Quid legatus faciet?
4) Che esclamativo = quale, quali - in caso accusativo.
Esempio: Quali modi! = Quos modos!
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Singolare Plurale
Nominativo. ros-a ros-ae
Genitivo. ros-ae ros-arum
Dativo. ros-ae ros-is
Accusativo. ros-am ros-as
Vocativo. ros-a ros-ae
Ablativo. ros-a ros-is
N.B: LE VOCALI SEGNATE IN ROSSO SONO BREVI, QUELLE IN BLU SONO LUNGHE!
Nel nominativo plurale ( rosae) la -ae deriva dai seguenti passaggi: A + la desinenda del purale S -> ai -> ae
Nel genitivo singolare -ae deriva da ai ( i lunga)-> ai ( la i siabbrevia, vocalis ante vocalem corripitur)->ae
Anche nel dativo abbiamo -ae, ma la derivazione è diversa: a ( lunga)-> ei-> ai-> ae
Nel vocativo singolare la terminazione finale era -ad ( con la a lunga) -> la d cade-> a ( lunga)
Nel genitivo plurale -arum è dato da asom ( la s si rotacizza la o si oscura in u )
Nel dativo e ablativo plurale la -is viene da bos-> bus-> ais-> eis-> is
Nell'accusativo plurale as è dato da ns-> s
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