I VIAGGI DI PIRGOPOLINICE

I viaggi di un fanfarone nel mondo del latino, dei misteri, della storia e della societĂ . In poche parole un percorso divertente e divertito attraverso gli occhi allucinati del nostro miles gloriosus.
martedì, 20 maggio 2008

L'etĂ  rivoluzionaria e napoleonica ( 1796 - 1815 )

L’età napoleonica

 

Lungi dal poter essere esaustivo su tutto il periodo napoleonico in Italia e su tutti gli aspetti delle varie Repubbliche “giacobine” sorte nel cosiddetto “triennio rivoluzionario” o “giacobino” ( quest’ultima definizione in realtà da scartare, come vedremo in seguito ) dal 1796 al 1799 e altresì lontani dal poter esaminare tutte le problematiche inerenti il Regno d’Italia, il Regno di Napoli e tutti quei territori italiani sotto la diretta influenza francese o intorno alla sua sfera orbitanti, esaminerò alcuni dei più confusi, e a mio modo di vedere essenziali, temi che videro e vedono, fra i vari storiografi e cronisti, svariati punti di contrasto, quando non di aperta opposizione.

Qualcuno si stupirà rilevando, nel corso della lettura della tesina, il metodo originale che ho adottato per svolgere il mio discorso sull’età napoleonica, soprattutto constatando che l’autore della suddetta sia un neofita, o meglio un “non-specialista” della storia moderna. Sarò pertanto chiaro sin dal principio, sperando mi si vogliano perdonare la necessaria sintesi con cui tratterò alcuni argomenti, per ragioni di tempo, e soprattutto alcune prese di posizione nette che tuttavia circostanzierò dettagliatamente

con notevole supporto di fonti di vario tipo.            

Le ricerche e le riflessioni storiche sull’età rivoluzionaria e napoleonica in Italia non sono mancate in questi anni, pur scontando il peso di una lacerazione e di una contrapposizione politica che iniziano nei giorni stessi della “Campagna d’Italia” di Bonaparte, si sviluppano per tutto il periodo risorgimentale e post-unitario, si accendono dopo il 1945, e si riaccendono anche in questi giorni. Solo per fare alcuni nomi che ricorreranno spesso durante la trattazione della tesina, possiamo partire da Cuoco, Croce, Cantimori, De Felice, Gramsci, Saitta, fino ad arrivare agli storici più recenti, le cui opere sono l’oggetto del nostro studio, Carlo Capra e Carlo Zaghi ( con un terzo studioso, Diez, che citerò brevemente ). 

Capra e Zaghi, pur prospettando  un “triennio 1796-1799” che assume un profilo netto e originale nella storia d’Italia, divergono fra loro in modo dialettico – esempio ne sia la stessa nomenclatura che danno al triennio, Capra chiamandolo “triennio rivoluzionario”, Zaghi chiamandolo “triennio giacobino” – nel corso delle loro indagini.

Da questa premessa sarà facile intuire quale sarà il mio metodo, ovvero quello di esporre i punti di vista dell’uno e dell’altro permettendomi di inserire dei miei giudizi fra un dialogo e l’altro e non basandomi sulla cronologia delle opere prese in esame: “L’età rivoluzionaria e napoleonica in Italia 1796-1815” di Carlo Capra del 1978 e “L’Italia di Napoleone dalla Cisalpina al Regno” di Carlo Zaghi del 1989.

Più di altri periodi della storia d’Italia, l’età rivoluzionaria e napoleonica ha sofferto a lungo di quella particolare deformazione ottica nota come storiografia dei precorrimenti, che consiste nell’indagare su uomini e cose del passato non per il loro intrinseco interesse, o se si vuole per la luce che gettano su tutto lo sviluppo storico successivo ( ivi compreso quel che ancora non è, ma forse sarà, per rifarci a una formula di Saitta ) ma in quanto preannuncio o punto di partenza di movimenti politici e intellettuali anch’essi trascorsi, ancorché a noi più vicini nel tempo”.[1]

Così esordiva il professor Capra nella premessa della sua opera da noi presa in esame, nonché una delle sue più conosciute. Alla luce della situazione storiografica attuale è facile affermare che il superamento di questa “storiografia dei precorrimenti”, già denunziato da storiografi del calibro di Franco Venturi e Rosario Villari per quel che concerne il 1700 ( quest’ultimo duramente accusato da Zaghi ),  si sia arrestato con lo stesso Capra, infatti attualmente il più importante storico del periodo rivoluzionario e napoleonico è ritenuto Carlo Zaghi, il quale fa ampio utilizzo del barbaro metodo della “storiografia dei precorrimenti”, come da me sarà ampiamente testimoniato.

Così continuava Capra: “Per il ventennio 1796-1815 la questione è indubbiamente più complessa, giacché è innegabile che proprio alloallora si pongono […] le premesse concrete della lotta per l’indipendenza e l’unificazione nazionale, che incautamente si erano volute anticipare al 1748 o addirittura al 1713. Non ci stupirà quindi che il primo volume della Storia dell’Italia moderna di Giorgio Candeloro, nutrita di succhi marxisti  e gramsciani, porti lo stesso titolo, Le origini del Risorgimento, dei due volumi intrisi di esasperato nazionalismo pubblicati da Ettore Rota nel 1938”. [2]

Gli stessi succhi marxisti e gramsciani che Capra contestava a Candeloro li ritroveremo prepotentemente in Zaghi.

L’incipit dell’opera di Zaghi da noi presa in esame è costituito da una serie di statistiche demografiche di dubbia qualità sull’Europa pre-rivoluzionaria che si soffermano particolarmente sulla situazione italiana, passando in seguito a valutare gli sviluppi delle classi sociali italiane ( da lui suddivise in nobiltà,clero, borghesia, popolo, contadini, poveri, ebrei ). Passando in rassegna questi paragrafetti, è subito chiaro quali siano le reali intenzioni filo giacobine e filo rivoluzionarie del nostro autore, che per altro celano, nemmeno troppo velatamente, la volontà di esaltare le origini della sinistra Italiana ( assodato che fu proprio a partire da quegli anni che si formarono distinzioni di tipo partitico come “moderati”, “democratici” e “terroristi”, che sono più o meno equivalenti alle nostre “destra”, “sinistra” ed “estremisti” ). Leggiamo una parte del paragrafo intitolato“La nobiltà”: “Circa la consistenza patrimoniale dell’aristocrazia lombarda, intorno al 1730 la proprietà fondiaria abbracciava il 49% della superficie della collina, il 42 di quella dell’altipiano e il 46 di quella della pianura. Su 156 patrizi, secondo le ricerche dell’Arese, ben 30 avevano una rendita annua oscillante dalle 300 mila lire […] alle 45 mila; 32 una rendita compresa tra le 45 e le 28 mila; 44 una rendita compresa tra le 28 e le 16 mila; 50 tra le 16 e le 10 mila. E’ chiaro che quando il generale Bonaparte nel 1796  imporrà alla Lombardia un tributo straordinario di 20 milioni non si può dire che chiedesse sacrifici superiori alle reali possibilità del paese”[3]. 

Passiamo alla lettura de “Il clero”: “Secondo in ordine di ricchezza e di potere, veniva il clero, che nell’aristocrazia s’integrava in due modi: sia per il suo reclutamento umano, sia per la natura stessa delle sue rendite, composte in gran parte di prelevamenti feudali. Una popolazione ecclesiastica straripante, ad onta delle riduzioni operate dai principi, stretta in una organizzazione capillare, coi suoi addentellati socio-economico-culturali, che invadeva il potere civile e lo condizionava, cresciuta al di là delle esigenze pastorali delle popolazioni, in parte parassitaria, accampata sulle spalle degli abitanti come su un paese di conquista o di eterna missione […]”, proseguendo poi il discorso per dimostrare che: “La Garfagnana, che nel dicembre 1796 sarà al centro d’una vivace rivolta contro i francesi, su un totale di 24.332 anime, ospitava ben 765 religiosi”[4].      

Proseguiamo con “La borghesia”: “In posizione nettamente antagonistica, rispetto alla nobiltà e al clero, si colloca la borghesia: un ceto immenso, eterogeneo, frazionato, con decine di anime e di volti diversi, che non ha né omogeneità di funzioni, né identità di comportamento, di tipo non ancora capitalistico-industriale o capitalistico-agrario, quanto piuttosto di tipo mercantile-terriero, o interamente terriero, ma senza spinte rivoluzionarie, né fortemente innovatrici, infeudata alla nobiltà, di cui amava ripetere i fasti, e in posizione subalterna rispetto al clero, di cui appetisce il patrimonio fondiario. Di tutte le categorie, la più autenticamente borghese sul terreno politico in senso moderno, è quella professionale, che non è né affaristica in senso stretto, né fondiaria, né censitaria in assoluto, dominata da un pragmatismo estremo, che con la crisi dell’Ancien Régime  esce dall’anonimato e si presenta sulla scena della storia non più come comparsa, ma come protagonista del proprio destino […].Sarà da questa categoria che il Triennio rivoluzionario attingerà il meglio dei suoi quadri”. Vedremo ora come questa classificazione della borghesia sia del tutto contraddetta dalle ricerche di Carlo Capra.

Capra nella nota conclusiva della sua opera, pone il problema in un orizzonte molto più amplio quando dichiara: “Sarà risultata ormai chiara la nostra persuasione che sul terreno dello stato e della società […] ben più che nel campo ideologico o economico, sia da ricercare il fondamentale apporto del periodo napoleonico alla formazione dell’Italia contemporanea. Definire in poche parole tale apporto non è impresa facile, tanto più che mentre si sono moltiplicati negli ultimi decenni i lavori di validissimi studiosi sulle vendite dei beni nazionali, sull’evoluzione del regime fondiario e sull’economia agricola fra Sette e Ottocento […], molto più scarse e di qualità variabile sono invece le indagini sulle trasformazioni istituzionali e sociali. Tale squilibrio non è secondo noi casuale, ma riflette  un orientamento diffuso nella storiografia italiana recente ( soprattutto quella di ispirazione marxista ), secondo cui sono sempre e comunque l’assetto delle proprietà e i rapporti di produzione a fornirci la chiave per comprendere i mutamenti che si verificano nella sfera della società civile e dello Stato, dei quali è data per scontata la corrispondenza con più profonde modificazioni nel tessuto economico. Così, poiché il Settecento appariva come il secolo del << passaggio dal sistema feudale a quello capitalistico nelle campagne >>[5] e dell’emergere della borghesia come ceto economico, l’età napoleonica, presa in se stessa o come fase d’avvio del moto risorgimentale, doveva necessariamente segnare l’ascesa al potere politico da parte di questa stessa borghesia. L’irruzione delle armi francesi nella penisola appariva in quest’ottica come la levatrice di un ordine politico-sociale di cui il secolo XVIII era già gravido”[6]. Contestando le opinioni di Guido Guazza e di Farolfi ( studiosi dai quali molto attingerà Zaghi ) a tal riguardo, così continua Capra: “Solo in questi ultimi anni la fede nelle magnifiche sorti della borghesia si è venuta un poco smorzando […]. Nuovi studi sono venuti per così dire riscoprendo il peso e la lunga durata […] del predominio nobiliare […]. […] Potremmo partire dalla constatazione che se lo stato napoleonico era borghese nei suoi fondamenti […], non lo era o lo era infinitamente meno la società alla quale esso veniva imposto, caratterizzata dal predominio della rendita sul profitto, dalla concentrazione in poche mani della proprietà della terra, dalla forte impronta aristocratica che conservava la classe dirigente anche dopo l’abolizione dei titoli. […] Abbiamo espresso altrove l’opinione che la promozione di nuovi gruppi all’èlite della possidenza fu superiore quantitativamente, ma non qualitativamente diversa dal secolare processo di infiltrazione che era servito insieme a mantenere la consistenza numerica del ceto dominante e a prevenire il formarsi di tensioni sociali […]”[7].

Ma la parte che a noi più interessa del discorso di Capra è quest’ultima: “ Se di borghesia si vuol parlare, è questa la seconda considerazione, allora non ai ceti mercantili e imprenditoriali ( in sicuro declino ) bisogna rivolger l’attenzione, bensì alla nuova burocrazia che sempre più spesso usciva dalle scuole e dalle università riformate: poche decine di migliaia di persone, in tutta la penisola, ma preparate e capaci, concentrate nelle sedi del governo centrale o periferico e forti dell’identificazione con uno stato autoritario e progressivo”[8].

Spero di aver sufficientemente dimostrato come i discorsi e le fonti che utilizza Zaghi siano volte ad un certo tipo di propaganda e mostrino una volontà netta di ritornare su posizioni ormai superate e strumentali, asservendo a ricerca storiografica alla più becera e arrogante propaganda politica filo comunista.

Ritorniamo ad occuparci degli astrusi e contraddittori paragrafetti di Zaghi esaminando “I contadini”: “ Nei gradini più bassi della scala sociale si collocano i contadini, che rappresentavano mediamente l’80-85% dell’intera popolazione ( per salire a 90 e più in alcune zone del Mantovano, del Bolognese, del Ferrarese, della Romagna, delle Marche, ecc. ), e i contadini-proprietari semi-proletarizzati, i quali possedevano piccoli appezzamenti di terreno […]. Un mondo in crisi, dominato da miti, credenze e tradizioni secolari, tramandate religiosamente da una generazione all’altra, che tutti accettavano senza discutere, dove dai primi del Seicento era in atto un processo di pauperizzazione che non si arresterà fino al XIX secolo […]. Gravato, quel ch’è più grave, da quasi tutto il costo della produzione, da pesi pubblici e da prestazioni private, oppresso da una miseria endemica, abtante in case umide e malsane, spesso in promiscuità con gli animali, in condizioni igieniche e sanitarie spaventose, con una alimentazione povera e inadeguata ai bisogni vitali dell’individuo, legato alla terra da contratti mezzadrili capestro, puntigliosamente applicati e dilatati a capriccio del padrone. Considerato dal proprietario alla stregua d’uno schiavo anonimo e senza personalità, come semplice manovalanza o materia bruta, il contadino analfabeta era prigioniero in una struttura economica e in un processo produttivo di cui è la condizione prima, ma nella quale non ha voce alcuna, perennemente indebitato nel confronto del padrone e, quindi, sempre più sottomesso alla sua volontà. […] Di qui la fuga disperata di molti verso la città in cerca di un pane meno amaro e sicuro di condizioni di vita meno bestiali”[9]. Sul tema dei contadini si soffermerà più avanti quando parlerà delle insorgenze antifrancesi riducendone i motivi all’ignoranza e allo squallore dei contadini, spinti a rivoltarsi ai “liberatori” francesi solo perché sospinti a ciò dal clero.       

Molto più pacato sarà il giudizio che ci verrà fornito del mondo contadino da parte di Carlo Capra.

Ma prima di esaminare il giudizio di Capra sui contadini, varrà sicuramente la pena riportare il passo con cui Zaghi chiude la carrellata delle classi sociali: “ E’ su questa società barocca e paesana, stratificata, immobile nel tempo, rigida nelle sue secolari strutture, razzista sotto il profilo sociale, popolata di miti e d’ingiustizie, solo qua e là percorsa da fremiti di riforma negli spiriti più aperti; su questo compatto tessuto socio-economico, politico-culturale e religioso, appena scalfito dall’illuminismo a senso unico dei principi, che si abbatterà la folgore della Rivoluzione francese e delle armate repubblicane, squassando da cima a fondo e accelerandone lo sviluppo, dando l’avvìo ad un processo storico inarrestabile e irreversibile, che finirà per cambiare in breve il volto dell’intera penisola”[10]. Come si può ben vedere, sono valutazioni arbitrarie ed esasperate in netta contraddizione con le statistiche e le fonti provenienti dallo stesso apparato napoleonico ( sia repubblicano sia regio ), avido com’era di sondaggi e informazioni di vario tipo. Tutto questo è ancora solo una minima parte del lavoro di Zaghi, e già ho ampliamente dimostrato come l’impostazione del suo lavoro ne infici quasi totalmente il valore. Ciò non mi sorprende, in quanto l’indole violenta dell’autore in questione non è palesata solo dalle sue opere, ma dalla sua stessa biografia che lo vede, ancora giovinetto ( nacque infatti nel 1910 ), protagonista di un’azione violenta contro un suo professore di matematica alla quale seguì l’immediata espulsione da tutte le scuole dell’allora Regno d’Italia ( 1927 ). Quel che tuttavia desta notevole preoccupazione è che sul lavoro di tale individuo si siano sprecate più volte parole di consenso e di ammirazione provenienti sia da storiografi sia dal mondo politico, valgano qui per tutte la testimonianza di stima che viene dall’allora autorevole esponente di sinistra e oggi Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano: “ Il prof.Zaghi ha onorato Napoli con il suo lavoro di giornalista e il suo impegno di studioso, ed è conosciuto e ricordato come un grande gentiluomo e un autentico liberale e democratico”[11] e le dichiarazioni rilasciate da Zaghi stesso soffermandosi sulla differenza fra il giacobinismo rivoluzionario francese e quello italiano “Questa la vera e più autentica pagina del Risorgimento, la pagina più intrepida e infiammata della storia d’Italia, il primo riscatto dal lungo servaggio ecclesiastico, nobiliare e dinastico”[12].

Da queste premesse sarà più facile per noi comprendere il divario tra le parole di Zaghi e quelle di Capra. Leggiamo quest’ultimo: “ L’espansione delle armi francesi nella penisola fu accompagnata, un po’ dovunque, da tumulti e sollevazioni popolari di varia natura e intensità, ma diretti quasi sempre contro gli invasori e i loro alleati locali. Bonaparte era appena entrato a Milano che già, il 23 maggio 1796, la plebe di Pavia rafforzata da torme di contadini venuti dalla campagna costrinse l’esigua guarnigione francese ad asserragliarsi nel castello e si mise in caccia dei << giacobini >>; l’esempio di Pavia fu subito seguito da Rinasco, ed entrambe le città furono duramente punite da Bonaparte con il sacco e l’incendio. Ma questo esempio non bastò a scoraggiare le popolazioni del resto della Lombardia. Disordini antifrancesi si ebbero nel corso dell’estate, in coincidenza con una controffensiva imperiale, a Cremona, Casalmaggiore, Varese ( un anno dopo sarà la volta della Valtellina ). In Emilia, Lugo insorse alla fine di giugno contro i francesi e contro la municipalità di Ferrara, e fu necessario l’intervento di un corpo di spedizione al comando del generale Augereau per vincere la sua resistenza. Nel novembre-dicembre 1796 fu la Garfagnana estense a sollevarsi al grido di << Viva il Duca! >>. Nella primavera dell’anno seguente tutta la Romagna si trasformò in una Vandea, seguita ben presto dalle Marche; allorché le operazioni militari si estesero al Veneto, l’istaurazione di municipalità repubblicane a Bergamo e Brescia suscitò la reazione delle popolazioni di montagna che inalberarono i vessilli di San Marco in Valeriana, in Valtrompia, nella riviera di Salò; Verona, occupata dalle truppe francesi, fu teatro di una sanguinosa rivolta popolare, altrettanto sanguinosamente repressa, dal 17 al 23 aprile ( furono le cosiddette << Pasque veronesi >> ).”[13]Poi il discorso continua con l’elencazione di altre rivolte, come quelle colorite dei << Viva Maria >>, del cardinale Fabrizio Ruffo, di Brandalucioni, del << Viva Maria >> di Arezzo, del brigante Sciabolone  – peraltro trattate anche da Zaghi ma con minore intensità e con un’analisi come sempre faziosa – scoppiate al passaggio delle truppe francesi, ma quel che a noi interessa principalmente è l’analisi finale di queste vicende, analizzata nelle sue radici più profonde, con notevole apporto di documenti e testimonianze dell’epoca, le quali dipingno uno scenario molto meno semplicistico e sicuramente più esaustivo di quanto ha fatto, nella sua modesta opera di scribacchino, Zaghi. Ma leggiamo insieme: “ Di fronte all’ampiezza e all’entità del fenomeno […] non possono valere le spiegazioni, avanzate allora dai democratici e riprese da alcuni storici ottocenteschi, che addossavano tutta la responsabilità dei moti all’azione sobillatrice e dei emissari degli antichi sovrani. […] L’origine economica delle agitazioni popolari prima e durante l’occupazione francese fu chiaramente affermata, agli inizi del nostro secolo, da G. Prato per il Piemonte e da C. A. Lumini per la Toscana. E nel suo importante studio su Il popolo agli inizi del Risorgimento nell’Italia meridionale ( 1926 ), pur concepito in chiave nazionalistica, Niccolò Rodolico metteva bene i risalto la componente economico-sociale della rivolta contadina, identificata con la fame di terra e con l’odio contro i ceti privilegiati e contro i << galantuomini >> in particolare, usurpatori dei beni demaniali e sfruttatori più esosi degli antichi”.[14] Si parla anche in Capra di come ci sia una correlazione fra il grado di alfabetizzazione  e di acculturazione delle masse rurali e il loro atteggiamento verso le novità rivoluzionarie, ma poi evidenzia anche che “le ruberie, le requisizioni, le gratuite offese al sentimento religioso, il carovita e lo sconvolgimento del modo di vivere abituale che furono il portato dell’occupazione, e al tempo steso la constatazione che i francesi erano uomini come gli altri, finirono per trasformare la paura in rivolta […] ”[15].

Qui la riflessione si complica, perché entrambi i nostri autori, non si sa quanto per distrazione e quanto per malafede, non riportino dati omogenei per tutto il territorio italiano ma si concentrino soprattutto su quelle zone in cui maggiore, anche se solo a livello intellettuale, fu l’adesione all’invasione francese. Un esempio formidabile ci viene dagli studi di alcuni storiografi veneti, che dimostrano chiaramente come in realtà le truppe napoleoniche non fossero così sprovvedute di mezzi quando invasero il nord d’Italia con vittorie travolgenti da Chiavasso in poi, bensì è ormai ampiamente attestato che l’occupazione francese fu agevolata da traditori,  terroristi giacobini, che fecero da spie in favore del nemico francese indicando con estrema precisione in quali territori le truppe avrebbero potuto reperire le risorse, in modo che quei 40.000 ( secondo Zaghi ) o 35.000 ( secondo Capra ) straccioni francesi a botta sicura trovavano le risorse per proseguire la loro devastante marcia che portò a ruberie sempre più vaste e danneggiò pesantemente e irreparabilmente il patrimonio economico e artistico, più velocemente d’un epidemia di peste ( pensò poi il loro degno capo Napoleone a completare l’opera, prima come generale al soldo del correttissimo direttorio francese e poi come imperatore-ladrone ). In poche parole è facilissimo constatare come i giacobini, tanto lodati da Zaghi come veri e primi patrioti, non fossero altro che estremisti esasperati con connivenze di tipo terroristico. Molti dati ci sono rimasti dalle municipalità venete di terraferma, nonostante la loro breve durata e il tentativo di eliminare molti documenti compromettenti ( cosa comune a tutti i governi che stanno per cadere ), sui sopraddetti argomenti e sulle attività di queste municipalità, il cui primo impegno fu quello di fornire denaro e materie di sostentamento alle truppe francesi e quello di promuovere nuove imposte per finanziarsi. Altri sorprendenti documenti che i nostri autori evitano accuratamente di citare li troviamo negli archivi militari di Parigi dai quali risulta che per ogni paese, e per le frazioni più minute, sono indicati ad esempio i numeri dei buoi e delle capre, l’entità della produzione di fieno, il numero delle fonti d’acqua, una descrizione minuta del paesaggio. Altre preziose testimonianze ci sono fornite da alcune stame e riviste che hanno superato le maglie della censura delle autorità militari francesi, per la verità non troppo strette almeno per i primi anni di occupazione e per tutto il cosiddetto “triennio rivoluzionario”, per esempio da un notissimo giornalista  veneziano, Vittorio Barzoni, che scrive opuscoli di fuoco contro la municipalità democratica, gli abusi, gli errori, le vessazioni che questa municipalità compie con l’aiuto e con l’appoggio dei francesi. Entrambi gli autori da noi presi in esame, ma soprattutto Zaghi, ci parlano del favore con cui furono accolte le truppe napoleoniche a Milano, ci mostrano uno scenario di profonde trasformazioni e di fervore da parte dei democratici e dei giacobini che iniziano a riempire la città di giornali opuscoli, stampe, avvisi e, in seguito, i vivaci ed infuocati dibattiti durante i primi giorni della repubblica Cisalpina, si menziona con grande enfasi il concorso pubblico indetto dall’amministrazione generale della Lombardia nel settembre del 1796, ma non ci si è posti una domanda fondamentale, a mio modo di vedere, e cioè come mai se i “giacobini” secondo Zaghi erano in assoluta maggioranza favorevoli ad una Nazione italiana autonoma, una e indivisibile, delle tre parole simbolo della rivoluzione francese utilizzavano solo le prime due ( ovvero libertè ed egalitè ) omettendo fraternitè ? E’ un fatto a mio avviso importantissimo, infatti nella stessa Milano la parola fraternitè circolò solo nei primi giorni, poi, quando il potere venne preso man mano dai giacobini lombardi e non più dalle forze di occupazione francese, essa viene eliminata, anche questo concorre a far cadere la teoria di Zaghi su una larghissima influenza della rivoluzione francese su quello che poi sarà il Risorgimento italiano. Mi indusse a questa ricerca la lettura del titolo del settimo paragrafo della prima sezione ( Il triennio rivoluzionario 1796-1799 ) di Carlo Capra che così recitava: “7 I significati di libertà e uguaglianza”[16]. Leggiamo insieme: “Poche parole furono tanto usate e commentate nel triennio rivoluzionario come libertà e uguaglianza. Per i moderati si trattava di chiarire che libertà non significava licenza e che l’uguaglianza era tale solo in senso giuridico e non intaccava per nulla le gerarchie sociali fondate sul censo e sulla proprietà dei mezzi di produzione; i democratici intendevano invece dare all’uguaglianza un contenuto più concreto, anche se rifuggivano in generale dalle << leggi agrarie >> o da altri provvedimenti che violassero il diritto di proprietà”[17]. Infine nel medesimo paragrafo riporta due documenti distinti, uno del moderato Melchiorre Cesarotti, l’altro un estratto da un articolo del “Giornale degli amici della libertà e dell’uguaglianza”, di chiara ispirazione democratica, su cui scrissero anche Giovanni Rasori, Melchiorre Gioia e Leonardo Cesare Loschi, tutti autori delle fonti predilette da Zaghi, che si soffermava per intere pagine sulle opinioni di questi intellettuali. Ma questa trattazione ci permette di aprire un’altra importante questione su chi realmente fossero i giacobini italiani. Il Capra ci dice: “Protagonisti delle prime congiure  << giacobine >> furono soprattutto, come si è visto per il caso Zamboni, i giovani, in ogni tempo più facili agli entusiasmi e più impazienti degli ostacoli che si oppongono a un rinnovamento totale della società Ma accanto a questo fattore psicologico bisogna porre la mancanza di prospettive per coloro che, in maggior numero che nel passato, uscivano dalle scuole e dalle università negli ultimi anni dell’antico regime e non trovavano più sbocchi né nelle pubbliche carriere, né nelle professioni private. Secondo lo storico Luigi Blanch ( 1784-1872 ), acuto interprete della realtà sociale napoletana tra Sette e Ottocento, fu << l’indignazione di non aver niuna importanza nello Stato >>, tra l’altro, a spingere molti rampolli delle famiglie nobili verso le nuove idee ( a ). Nel nord un vero e proprio fenomeno di << disoccupazione intellettuale  >> ci è attestato piuttosto per i ceti medi, da cui uscirono la maggior parte dei giacobini: significative le testimonianze […] del poligrafo Francesco Becattini che fungeva nel 1796 da informatore del Direttorio francese a Milano ( b ), e dell’anonimo estensore di un rapporto al barone di Thugut da Modena nel 1799 ( c )”[18]. Ora confrontiamo queste dichiarazioni con quelle di Zaghi, prima sui rapporti fra i giacobini italiani e Bonaparte, poi sui giacobini in generale: “Affermare come fanno Mathiez, Godechot, Fugier e Saitta, che fu la scoperta dei legami tra Buonarroti ( incaricato da Delacroix di tenere i contatti con i patrioti italiani) e Babeuf ad allontanare il Direttorio e Bonaparte da ogni possibilità d’accordo coi giacobini italiani, significa, a nosto modesto parere, dar corpo alle ombre, in quanto tali accordi (se mai ci furono) si erano dissolti da solo e si erano rivelati, all’atto pratico, e fin dall’inizio della campagna, del tutto inconsistenti ed inconcludenti, prima ancora dell’arresto di Buonarroti in Parigi (10 marzo ’96). Non <<tradimento>>, quindi, di Bonaparte verso i patrioti, come vogliono alcuni, semmai delusione da parte sua per i tanto decantati aiuti, rivelatisi inconcludenti sul piano politico, ammesso che avesse mai creduto seriamente alla validità effettiva di tali aiuti”[19].  Facili sono invece i riscontri dei contatti di Buonarroti con Babeuf, si veda anche una sua lettera ai patrioti piemontesi riportata dal Capra a pagina 40. Passiamo ora a leggere quel che ci dice Zaghi sul “partito democratico-giacobino” nella Cisalpina: “Il movimento democratico-giacobino nella Cisalpina si pone fin dal primo momento come alternativa potenziale dell’egemonia moderata. Non ha alcuna importanza il fatto che in Italia i << giacobini >> siano apparsi sulla scena della storia in un periodo diverso da quello francese, quando in Francia, cioè, essi erano già stati liquidati dalla reazione termidoriana. Liquidati, ma non spariti dalla scena politica, in quanto frange eversive e rivoluzionarie sopravvivranno un po’ dovunque alle purghe e alle epurazioni direttoriali a far sentire la loro voce e il loro peso sul corso degli avvenimenti. Il problema non è di lessico, ma di contenuto. Essere giacobini era un atteggiamento mentale, una posizione politica e ideologica di fronte alla realtà sociale del paese, al corso degli avvenimenti e ai molti problemi che di volta in volta si presentavano, al modo di giudicarli e di affrontarli. E’ in questo contesto politico e culturale che il giacobinismo italiano va visto e studiato. Fin dal suo primo momento esso annovera nelle sue file gli animi più irrequieti e avventurosi, gli spiriti più aperti e coraggiosi, individui d’ogni età e condizione sociale […], animati da un saldo sentimento patriottico e nazionale, ben più dei gruppi nobiliari e borghesi moderati, che nel Triennio rivoluzionario non diedero mai prove clamorose di saldezza d’ideali e di convinzioni profonde. Sono in maggioranza avvocati e medici, letterati, sacerdoti, artisiti, militari, pubblicisti, commercianti, burocrati, insegnanti, nobili di provincia dissestati, o cadetti in cerca di un impiego, giovani insofferenti della grigia e monotona vita cittadina, come Pino e Teulié che all’arrivo dei francesi a Milano abbandonano la professione forense per darsi alle armi e, come Joubert in Francia, salgono i più alti gradi della carriera militare, o che disertano dall’esercito austriaco, come Lahoz, per combattere fino in fondo una sfortunata battaglia << nazionale >>, che finirà per travolgerli; caldissimi di sentimenti repubblicani, come Porro, Visconti, Salvador, Ranza, Lauberg, Celentani, Della Valle, Foscolo, Pindemonte, Cerise, Pco, ecc.; pieni di lanci democratici come Fantoni (il poeta Labindo), che, col Russo a Roma e a Napoli, è una delle più alte espressioni del giacobinismo italiano; combattenti intrepidi per l’unità nazionale, come Salfi, Abbamonti e Galdi; giornalisti battaglieri, pronti anche a sfidare il carcere, come Labus, Custodi, Rasori, Ristori, Contri, Agnini, il primo Gioja, il primo Compagnoni, Poggi, Barelle, Valeriani; ardenti fautori della democrazia sociale come L’Aurora, De Attellis, Gioannetti; soldati valorosi come Pino e Teulié, come il generale Fantuzzi, che aveva combattuto con Kosciuszko in Polonia e morendo da prode durante l’assedio di Genova avrà l’onore d’una orazione funebre del Foscolo; uomini d’alte qualità morali e politiche, come Alessandri, Savoldi, Brunetti, Smancini, Cicognara, Lamberti, Pelagatti, ecc. Gente, per concludere, che non è sempre da individuare, come vogliono alcuni, in piccoli borghesi malcontenti, pullulanti nei minori centri di provincia, o in minuscoli intellettuali, o in preti semicolti senza fortuna, di cui la provincia italiana è sempre stata ricca; ma in rivoluzionari attivi, compromessi nelle cospirazioni, superstiti dei movimenti clandestini dei Zamboni-De Rolandis, dei Di Blasi, dei De Deo-Vitaliani, delle congiure giacobine piemontesi e napoletane del 1794, costretti all’esilio per sottrarsi al furore dei principi, che in Francia, nel crogiolo delle grandi battaglie, avevano respirato l’aria della rivoluzione politica e sociale, completato la loro formazione democratica, allargato i loro orizzonti culturali e politici ed erano diventati atei, irriverenti, radicali, democratici, giacobini, rivoluzionari e avevano stretto legami con le punte più avanzate dei partiti politici: legami che non si spezzeranno mai e che sopravvivranno a tutte le battaglie (soprattutto con le frange babuviste superstiti, Buonarroti, Lepelletier, Antonelle, Drouet, Fion, Puget de Barbantane, Vattard, ecc.). Se i gruppi e i ceti più sensibili alle nuove idee e alle nuove correnti culturali e politiche sono epigoni dell’illuminismo delusi, esponenti del medio e piccolo ceto professionale, artigianale, commerciale e impiegatizio, quelli più refrattari alla rivoluzione e alla repubblica sono i contadini, gli operai, i braccianti, il basso popolo e l’infima plebe, gente rozza, incolta, in grandissima parte analfabeta, alle prese continuamente col problema della sussistenza, chiusa ad ogni novità, infeudata, per antica tradizione e necessità di vita, alla nobiltà e al clero. Di queste masse popolari i più aperti alle nuove idee sembrano essere i portinai, i camerieri, i garzoni dei negozi e delle botteghe artigianali, più a contatto col mondo esterno”[20].  Come si vede chiaramente, le dichiarazioni di questa persona, oltre ad essere propagandistiche e tendenziose fino a sfiorare le soglie del grottesco e del ridicolo, sono facilmente contestabili con una semplice consultazione dei documenti a nostra disposizione. Egli evita, come si è visto, di parlare del problema linguistico del termine “giacobino”, considerandolo irrilevante, ma è veramente così? Gli studi del professor Erasmo Leso dimostrano che “ il termine “giacobino” largamente impiegato in riferimento sia alla Francia sia all’Italia ha raramente un mero valore descrittivo molto più spesso ha un’intonazione decisamente peggiorativa, non solo da parte dei controrivoluzionari, anzi, è sgradito, con poche eccezioni, agli stessi patrioti, che lo ritengono un termine infamante, utilizzato ad arte dai loro avversari”[21]. Appurato ciò, qual’era allora la reale consistenza degli autentici “giacobini italiani”? Ce lo diranno le ricerche del professor Paolo Prete: “Troppo forte, talvolta, è l'urgenza celebrativa e talvolta anche politicamente strumentale per una rivisitazione di uomini e vicende così cariche di implicazioni ancora vive nell'attualità della nostra vicenda politica; eppure, anche le municipalità democratiche attendono una nuova occasione di studio, non sottratta certo alle passioni dei nostri tempi - a conferma davvero bruciante che tutta la storia è storia contemporanea - ma almeno sottoposta ad un vaglio paziente e rigoroso di fonti e di analisi. […] I veri giacobini erano già stati rovesciati in Francia dal colpo di stato dei 9 Termidoro, e Bonaparte, in Italia, non è l'espressione dei giacobini, ma è l'espressione del nuovo indirizzo moderato e anti-giacobino del Direttorio […].Semmai, tra patrioti e democratici veneti è più agevole e più facile, dal punto di vista storico, distinguere tra i "moderati" e gli "estremisti"; nettamente maggioritari i moderati", molto attivi, però, i cosiddetti "estremisti"; vi ricordo che i termini "moderato" ed "estremista", come quelli di "destra", "sinistra", "centro" e "terrorista" nascono nel linguaggio politico proprio in questi anni: gli uni e gli altri sono presenti nelle municipalità; i secondi, i cosiddetti l'estremisti" o "terroristi", come li chiamavano, sono gli unici, i veri, i pochi giacobini, e sono quelli presenti, ad esempio, nelle Società di Pubblica Istruzione di Vicenza e Venezia; in quest'ultima, oltre ai nomi di Dandolo e di Giubani, vi ricordo che spicca la figura dei Foscolo, che in una delle sedute si scaglia contro i preti, contro la Chiesa, contro i ricchi, e propugna quasi una sorta di comunismo ante litteram, e viene definito da Casanova, in una lettera di quegli anni, "terroriste et extremiste et jacobine"; come vedete, è in senso puramente e fortemente negativo. Però, in questo caso, Casanova vedeva giusto, perché la posizione di Foscolo è davvero estremista, come quella dei giacobini francesi, ma era uno dei pochi ed era in nettissima minoranza nella municipalità di Venezia, come in nettissima minoranza lo erano a Vicenza e lo erano a Padova, dove solo l'abate Savonarola tuonava contro i ricchi e contro la Chiesa e tutti gli altri, invece, dichiaravano che la rivoluzione, a Padova, non era né contro i ricchi né contro la Chiesa; quindi, erano "moderati" e non "estremisti". E' un termine, questo, che assume poi un particolare valore perché più volte viene richiamato il "valore positivo della moderazione nell'ordine pubblico e nelle idee stesse di democrazia". Un esempio padovano: Melchiorre Cesarotti, uno dei molti docenti universitari che ha aderito entusiasticamente alla municipalità democratica, pubblica - ma in realtà, come vedremo, mai come in questo caso il termine "giacobino" non è esatto, perché le idee democratiche di Cesarotti non erano poi tanto salde, perché, appena arrivati gli austriaci, si affretta a dimostrare zelo ed ossequio all'Imperial Regio Governo e a pentirsi dei suoi trascorsi cosiddetti "estremistici" - un libretto che ha una grandissima fortuna e non solo a Padova - viene tradotto anche in Piemonte, in Emilia e in altre zone d'Italia -: si intitola Istruzione di un cittadino ai suoi fratelli non istrutti o meno istrutti, in cui scrive: “...la democrazia è il più naturale, il più giusto, il più ragionevole, il più avveduto, il più prosperoso di ogni governo, il più atto a produrre la pubblica e privata felicità, ed è fondato su un giusto equilibrio di doveri e diritti con l'assoluta escusione dell'uguaglianza dei beni di fortuna, illusione funesta e fatale”. Come vedete, ci tiene a prendere le distanze da ogni idea di estremismo sociale di tipo sanculotto”[22].

E’ allora evidente che Zaghi tende ad escludere le forze moderate dal processo rivoluzionario, considerando come rivoluzionai solamente i democratici-giacobini e attribuendo a questi ultimi ogni istanza di rinnovamento. In realtà anche le forze moderate, anzi soprattutto le forze moderate, attuarono quelle poche riforme che il periodo storico permetteva e che permettevano i veri padroni dell’Italia, ossia Napoleone, il Direttorio e la Francia. Lo stesso Zaghi non può fare a meno di citare spesso alcuni esponenti moderati del governo Cisalpino, come Melzi, che lungi dall’essere rivoluzionario e giacobino e lungi dal voler cambiare radicalmente l’assetto sociale dello Stato, fu uno dei pochi veri alfieri delle istanze unitarie italiane e per queste posizioni pagò a caro prezzo, con l’esclusione dalla politica attiva del neonato Regno d’Italia e dalla corte di Napoleone, il quale gli elargì come contentino alcuni titoli nobiliari. Abbiamo già visto Zaghi scagliarsi con violenza contro le insorgenze e contro coloro che le avevano attuate, ma con altrettanta violenza si scaglierà contro storiografi che di tali insorgenze avevano dato una luce diversa, alcuni vivendola in prima persona e quindi valutandola da vicino, ad esempio il molisano Vincenzo Cuoco, da lui equiparato ai controrivoluzionari, quando in realtà fu mandato in esilio a Milano proprio in quanto rivoluzionario, seppur dell’area dei moderati. Fu proprio a Milano che il Cuoco pubblicò il “Saggio storico sulla rivoluzione di Napoli del 1799[23], dove individuava le ragioni del fallimento della Repubblica Napoletana nella frattura operata dai giacobini nei confronti della storia e delle tradizioni del Regno. Vincenzo Cuoco, testimone diretto degli avvenimenti del 1799, fin dall'inizio da al dibattito storico un taglio particolare, cioè di ricerca e di meditazione sugli errori commessi dai repubblicani, per dimostrare che la fine ingloriosa della Repubblica Napoletana era stata la conseguenza di una rivoluzione accettata «passivamente». Cuoco si sforza di presentare quel fallimento come la conseguenza di sbagli e di circostanze avverse, così da salvaguardare il ruolo dirigente dell'«intellettuale» e il suo diritto a ergersi come rappresentante della nazione. Lo stesso Capra darà ampi attestati di stima nei confronti del “pacato” e “celebre storico e uomo politico napoletano” Vincenzo Cuoco, riportandone vari frammenti, dei quali il più interessante è un passo dei “Frammenti di Lettere dirette a Vincenzo Russo[24], il quale era “ uno dei più accesi e intransigenti giacobini del triennio, vittima della reazione borbonica a Napoli nel 1799 )”[25]. In questo passo “ […] si critica l’imitazione pedissequa delle istituzioni francesi, anticipando un motivo che sarà più ampiamente svolto nel celebre Saggio storico sula rivoluzione di Napoli”[26].

Ma occupiamoci ora di quale sia il punto di vista di Zaghi sul Cuoco e sul Botta, riportando un passo in cui parla delle insorgenze in questi termini: “Certo le ruberie e le imposizioni furono una gran piaga, la più grave e la più odiosa di tutta l’occupazione francese, come quella che toccava indiscriminatamente un po’ tutti, ricchi e poveri, e soprattutto le classi nobiliari e aristocratiche, che Bonaparte non voleva punire, e quella borghese su cui fondava la sua politica, e non c’è dubbio che molto contribuì a raffreddare gli animi e a creare una diffusa barriera di diffidenza e d’odio verso i francesi, e offrì il destro ai nemici della rivoluzione, che non erano pochi e sparsi un po’ dovunque e in tutte le classi, di rappresentare l’armata d’Italia come un ammasso di ladri e di predoni fedifraghi e di incitare le masse popolari alla rivolta. E’ un fatto però che il fenomeno, ingigantito ed espanso ad arte dalla propaganda reazionaria, trovò cronisti miopi ( come Mantovani, l’anonimo autore dell’Ambrosiana a Milano, Rovani a Modena, ecc.) e storici nazionalisti pieni di livore antifrancese (come il Cuoco e il Botta), i quali dietro un fenomeno comune a tutte le guerre e a tutte le conquiste trovarono il modo d’imbastire un autentico processo alla Rivoluzione e alla conquista francese della penisola; e che in una guerra di autentica << liberazione>>, come fu quella di Bonaparte nel 1796-97, pur con tutte le sue violenze e i suoi eccessi, non seppero vedere altro che una guerra di rapina, e dietro ad un paese depredato e saccheggiato non avvertivano che c’era un paese che si svegliava dal secolare letargo […]”[27]. Oltre alle ingiuste critiche mosse al Cuoco, viene facile contestare a Zaghi anche la definizione di “guerra di autentica liberazione” data all’invasione di Bonaparte. Sappiamo infatti che la stessa pianificazione della Campagna d’Italia, voluta dal Direttorio francese, non rappresentava altro che un diversivo per distogliere le truppe austriache da quello che era il vero obbiettivo, il confine della riva sinistra Reno. Anche se Napoleone, allora sconosciuto generale, disattese le aspettative del Direttorio, mai si mostrò uomo rivoluzionario, e sicuramente la distinzione fra un Napoleone generale della Repubblica Francese e un Napoleone Console prima e Imperatore poi è del tutto arbitraria, come puntualmente ci documenta il Capra con ampi stralci di lettere dello stesso Napoleone e di membri del Direttorio che riporteremo più avanti. Intanto vediamo come giustifichi Zaghi queste sue posizioni: “Quando nel marzo 1796 il generale Bonaparte scende in Italia con un esercito di circa 40 mia uomini […] nessuno immaginava che andava ad aprirsi  un capitolo completamente nuovo e diverso, e decisivo, per la storia d’Italia e del suo risorgimento. Perché l’esercito che scendeva dalle Alpi non era uno dei tanti eserciti delle vecchie monarchie straniere venuti per secoli a fare conquiste nella penisola per ragioni dinastiche, o familiari, o matrimoniali, o di pura potenza, tra l’indifferenza delle popolazioni, che delle guerre e delle conquiste vedevano soltantoi pesi e le violenze e non i benefici, assuefatte da secoli ed estranee a siffatte operazioni di pura marca militare e politica, e ai periodici trapassi di potere da un sovrano ad un altro, fino al punto di perdere coscienza del succedersi degli eventi  e della condizione nazionale d’appartenenza; ma un esercito mai visto fino allora, stracciato e sbracato, senza un’apparente disciplina, che in più parlava un lingaggio del tutto diverso da quelli uditi in passato, con idee di libertà e di eguaglianza, e non di conquista, di giustizia e non di oppressione, e invitava i popoli a spezzare le catene della schiavitù e ad organizzarsi secodo i propri gusti e le proprie tendenze.”[28]  Contina poi citando Stendhal  ( cosa che farà molte altre volte parlando del Regno ): “Le général en chef Bonaparte entra dans Milan; L’Italie se réveilla, et pour l’histoire de l’esprit humain, l’Italie sera toujours la moité de l’Europe[29] e ancora: “Molti hanno visto e giudicato la politica italiana e continentale di Napoleone imperatore, dimenticando o ignorando che tra il generale e l’imperatore c’è un abisso; che la politica del primo fu quasi sempre agli antipodi di quella del secondo e che mentre la politica del generale praticata in Lombardia fu moderatamente liberale e democratica, la politica dell’imperatore fu sempre rigidamente autoritaria, accentratrice, livellatrice e illiberale. Altri hanno visto la campagna d’Italia del 1796-97 come una semplice operazione finanziaria destinata a rinsanguare le esauste casse dello stato, e non come una campagna militare vera e propria destinata a rovesciare le sorti della guerra che si combatteva in Austria e in Germania e che nel fondo, il contrasto tra il governo centrale di Parigi e Bonaparte sul destino dell’Italia era più d’ordine psicologico che politico, più di forma che di contenuto”[30].

E’ ampiamente dimostrato che in realtà, anche se le truppe francesi prima del 1796 non avevano mai varcato i confini del territorio italiano se non marginalmente, che la proclamazione dei principi di libertà e uguaglianza e l’eco delle grandi giornate parigine avevano profondamente influenzato l’opinione pubblica e la vita interna dei vari stati della penisola.

Su Napoleone generale vediamo quale sia la posizione del Capra: “Sia nella condotta delle operazioni militari, sia nelle trattative diplomatiche il generale Bonaparte aveva agito in modo sempre più indipendente dalle direttive del suo governo, che avrebbe voluto fare delle conquiste italiane una moneta di scambio per ottenere la riva sinistra del Reno. Ergendosi a protettore dei territori << liberati >>, egli si creava una base di potere personale, e favorendo o tollerando l’azione dei << patrioti >>, che subito uscirono allo scoperto e si diedero a formare società popolari, a pubblicare giornali e diffondere tra il popolo i grandi principi dell’89, dimostrava al Direttorio la maturità degli italiani a ricevere gli ordinamenti repubblicani. […] Ma in seguito, quando si trattò di dare a questi territori un’organizzazione stabile, le scelte di Bonaparte si orientarono chiaramente verso gli elementi più moderati, i soli che gli apparivano dotati dell’esperienza, del prestigio e della docilità necessari per assicurare il funzionamento dei governo, arginare le tendenze controrivoluzionarie subito manifestatesi tra le masse  e al tempo stesso mantenere con la Grande Nazione un legame di sudditanza politica e finanziaria. […] A Milano, a Genova, a Roma, a Lucca e a Napoli vennero promulgate costituzioni modellate su quella francese del 1795; i poteri dello stato erano divisi fra un esecutivo generale composto di cinque membri e variamente denominato ( Direttorio nella Cisalpina e nella Ligure, Consolato nella Romana, Arcontato nella Napoletana ) e fra un legislativo bicamerale elettivo; ma vere e proprie elezioni si svolsero solo nella Repubblica Cispadana e nella Ligure; altrove le nomine furono opera delle autorità francesi. La partenza di Bonaparte dall’Italia nel novembre 1797 non pose fine infatti alla pesante tutela della Francia sulla vita delle Repubbliche << sorelle >>, che si tradusse da un lato in un sistematico sfruttamento finanziario […], dall’altro in una serie di interventi autoritari e di colpi di stato intesi a favorire le forze politiche più docili ai voleri del Direttorio di Parigi. Dovunque vennero soppressi i titoli nobiliari e i privilegi feudali, incamerati i beni della Chiesa, proclamate l’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge, la parità dei culti, la libertà di pensiero, di stampa e di associazione. Ma tali principi furono spesso contraddetti dagli arresti arbitrari e dalle soppressioni di giornali, società popolari e circoli costituzionali, imposti gli uni e le altre dalle autorità francesi […]; mentre la vendita dei beni nazionali, invece di incrementare la piccola proprietà contadina come avrebbero voluto i patrioti, servì soprattutto a impinguare gruppi ristretti di speculatori, fornitori e affaristi, quando non a ingrossare i già estesi possedimenti della vecchia aristocrazia”[31].

Abbiamo intuito fin qui quanto varie e variegate siano le posizioni di contrasto fra gli studiosi del periodo “giacobino” e soprattutto alcuni evidenti punti di rottura fra gli studiosi da noi presi maggiormente in esame, Carlo Capra e Carlo Zaghi. Ma questi contrasti, queste divergenze di impostazione non mancano nemmeno durante il periodo del Regno d’Italia o, se si vuole, dell’Impero costruito da Napoleone. Se qui si è abbastanza unanimi nel segnalare alcuni punti fermi, come la grandissima portata innovatrice del Codice Napoleone e si riconosce anche il valore unitario che quest’ultimo assume per aver esteso a quasi tutta la penisola una legislazione essenzialmente equiparata ( salvo alcuni aspetti formali ), le divergenze esplodono  quando si analizza l’assetto socio-economico.

Nella conclusione della sua voluminosa opera, Zaghi  ci dice: “Nel corso di venticinque anni la storia aveva camminato talmente in fretta in Europa da fare quello che in tre secoli non era stata capace di fare. Se in Europa la Rivoluzione francese e il regime napoleonico, operando un taglio netto con l’età precedente, infrangendo barriere secolari, mettendo in contatto popoli e tradizioni diverse, avevano aperto un processo storico irreversibile nella civiltà del continente, il contraccolpo in Italia, uscita da un profondo secolare torpore, per quanto in posizione ausiliaria, non era stato minore. Nonostante le guerre, le rivoluzioni, i salassi d’uomini e di mezzi, i sovvertimenti e anche i << delitti >>, gli spiriti più maturi e consapevoli, nemici ed avversari, moderati e radicali, romantici o classicisti, e uomini politici senza paraocchi, pronti a cogliere il significato profondo dei fatti, erano concordi nel riconoscere, sia pure a denti stretti, che la storia tra la fine del Settecento e i primi dell’Ottocento era andata avanti a passi da ggante, e con essa la civiltà, il progresso e i lumi. Tra il 1796 e il 1815 l’Italia vive due grandi straordinarie stagioni politiche, irrepetibili ed uniche nella storia: una rivoluzione e una controrivoluzione, la quale a sua volta, rispetto all’Ancien Régime  e al triennio giacobino, si configura come una autentica rivoluzione, anche se non aveva l’éclat e lo spessore della prima, e quel ch’è più importante ancora, per opera delle stesse persone: una Cisalpina democratica, radicale, matrice del giacobinismo italiano, esplosa in una penisola addormentata col fragore d’una bomba, che nasce tra l’entusiasmo e l’attesa dei << novatori >> come una grande speranza; e un Regno italico << colonia francese >>, con l’intermezzo di una velleitaria Repubblica italiana, conclusione logica e fatale d’una politica imperialistica tendente all’assoluto, che non ammetteva forze e corpi intermedi tra Napoleone e gli stati protetti dal suo impero […]. Due entità statali, insomma, non solo completamente diverse fra loro, ma addirittura agli antipodi”[32].

Risulta lampante come queste affermazioni, oltre ad essere prive di fondamento, come documentato sopra, per quanto concerne i due differenti aspetti della Cisalpina come repubblica democratica e centro d’irradiazione degli ideali di libertà e d’uguaglianza e il Regno come stato autoritario e “colonia francese”, che evidentemente furono due aspetti identici e due sopraffazioni dello straniero nei confronti dell’Italia, oltretutto si rifanno ad una penosa e deplorevole ( oltre che sorpassata ) teoria marxista-gramsciana. Ecco alcuni esempi datati a cui il nostro Zaghi fa ovvio riferimento:   Benedetto Croce (1866-1952) - che si richiama a Cuoco per sottolineare il distacco fra la classe politica e la nazione - riduce in larga misura la storia del Mezzogiorno d'Italia a quella del suo ceto intellettuale e giunge a idealizzare i giacobini come una nuova aristocrazia, << quella reale, dell'intelletto e dell'animo >>[33]. Antonio Gramsci (1891-1937), che utilizza lo stesso procedimento logico, si rammarica dell'assenza << momentanea >> di un'avanguardia intellettuale, cioè di un partito leninista non ancora fondato, e propone una interpretazione delle insorgenze in chiave di lotta di classe fra contadini e borghesia. Secondo l'ideologo marxista << [...] la città fu schiacciata dalla campagna, organizzata nelle orde del cardinale Ruffo perché la Repubblica [...] trascurò completamente la campagna da una parte, ma dall'altra, prospettando la possibilità di un rivolgimento giacobino per il quale la proprietà terriera, che spendeva la rendita agraria a Napoli, poteva essere spossessata, privando la grande massa popolare dei suoi cespiti di entrata e di vita, lasciò freddi se non avversi i popolani napoletani >>[34].

Ma continuiamo la nostra impietosa lettura dei passi di questo stolto storiografo che credeva di poter manipolare a piacimento e impunemente le vicende storiche del nostro paese utilizzando la subdola arma del dire e non dire e fonti raffazzonate e quasi sempre di seconda mano, evitando di pubblicare quelle raccolte nella sua carriera di topo di biblioteca perché affermanti circostanze contrarie alle sue tesi e relegate nel “deposito cartaceo” del paesello di Argenta ( suo paese natale, che non manca di glorificare nelle sue miserabili pagine ). Così continuava: “ […] Due facce dello stesso fenomeno, ma vissute in condizioni politiche e sociali e militari diverse: una, rivoluzionaria per istinto, esplosiva, disordinata, entusiasta, ingenua ed utopistica anche, esaltata da un lato e ferocemente criticata dall’altro, come tutte le rivoluzioni che mirano ad incidere profondamente nel tessuto sciale del paese, e pur patetica nelle sue illusioni libertarie, democratiche e unitarie, animata da un proselitismo politico e ideologico, che doveva sovvertire in breve tutta la penisola; l’altra opaca, grigia, dominata dall’ordine geometrico, rigida nelle sue strutture civili e amministrative, in cui le idee erano bandite o perseguitata come forme di disordine e di disgregazione sociale, e la cultura asservita al potere; una che opera direttamente sulle coscienze per svegliare e richiamare alla realtà della storia, fervida di slanci libertari e d’identità democratiche; l’altra, che predilige l’ordine, l’obbedienza cieca, che schiaccia gli individui e ne comprime i pensieri, i sentimenti e le aspirazioni. Nella Cisalpina abbiamo un’opinione pubblica che si esprime nei circoli e nei club patriottici, nei raggruppamenti politici, nelle dimostrazioni pubbliche […]; nel Regno la stampa ufficiale, l’assenza di critica, la chiusura di circoli e delle associazioni popolari e assemblee mute e rassegnate. Nella Cisalpina c’è dialettica, discorso e confronto politico, una appassionata e sofferta aspirazione unitaria e indipendentistica, una classe dirigente estremamente politicizzata, formata in gran parte di elementi della piccola e media borghesia professionale e imprenditoriale, per sua natura emancipatrice e fautrice dell’espansione territoriale politica ed economica; nel Regno c’è il silenzio, la rassegnazione e l’ubbidienza assoluta ad un mitico sovrano da parte di una classe che non fa politica ma amministrazione, la quale conduce una battaglia di retroguardia, illiberale di nome e di fatto, e non capace di elaborare un suo programma politico e sociale e considera la libertà non come una << cosa naturale >>, ma come il << frutto di civiltà raffinate e superiori >>[35].

Questo linguaggio carco di succhi propagandistici di stampo comunista e marxista rende di per se  palese il ridicolo di cui Zaghi si ricopre e, vista la sua infinita popolarità in Italia e all’estero, di cui ricopre il nostro paese e ci fa comprendere quanta strada ci sia ancora da fare per arrivare a dei giudizi storici se non proprio obbiettivi, almeno non così grotteschi. Già ho evidenziato come questa tendenza “unitaria” di questi pseudo-giacobini non risulti dalla stessa terminologia patriottica che esclude intenzionalmente la parola “fraternité”, ma ora è il caso di far parlare a nostra testimonianza nientemeno che uno dei giacobini più accesi di quel periodo, e chi se non il grande rivoluzionario toscano Filippo Buonarroti, che cercò invano e in tutti i modi di esortare i patrioti all’unità: “ […] Rassicuriamoci dunque circa i rumori d’una prossima pace  che si fanno correre con tanta insistenza. Sì, ci avviciniamo al momento felice di vedere la nostra patria libera! Spariscano per sempre, ormai, tra i patrioti le frivole distinzioni basate sull’esser nati a Napoli, Milano, Genova o Torino. Siamo tutti d’uno stesso paese, d’una stessa patria. Gli Italiani sono tutti fratelli. Quelle puerili differenze possono, lo capite, creare mille ostacoli al nostro scopo comune. Gli italiani devono quindi affratellarsi tutti e fare causa comune, consultarsi tra di loro intorno ai mezzi più facili. E poiché non abbiamo il piacere di trovarci con voi sul posto per avere voce in capitolo, vi inviamo le deboli opinioni che ci sembrano utili e che senza dubbio conoscete meglio di noi”[36].

Queste le speranze mai avveratesi di un esule piemontese in Francia, dove poteva respirare evidentemente quelle idee di liberté, egalité, fraternité  che il popolo italiano, se a questo punto possiamo chiamarlo popolo in quell’epoca, non ha mai realmente condiviso. L’ultima parola a tal proposito però la voglio dare a Carlo Capra: “Sarà risultata ormai chiara la nostra persuasione che sul terreno dello stato e della società […] sia da ricercare il fondamentale apporto del periodo napoleonico alla formazione dell’Italia contemporanea”[37]. Il resto di questo discorso conclusivo del Capra l’avevo già riportato e sarà sufficiente tornare indietro di qualche pagina, così come indietro è palesemente tornata la storiografia Italiana, checché ne possa pensare Zaghi quando afferma che “la storia è un processo continuo di progresso”.    

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                            BIBLOGRAFIA FINALE

 

 

  1. CAPRA CARLO, L’età rivoluzionaria e napoleonica in Italia 1796-1815, in  Documenti della storia, Loescher, Torino, 1978.

 

  1. CUOCO VINCENZO, Saggio storico sulla rivoluzione di Napoli, edizione critica a cura di Antonino De Francesco, Piero Lacaita Editore, Manduria-Bari-Roma 1998.

 

  1. CROCE BENEDETTO, Storia del regno di Napoli, Laterza, Bari 1980.

 

  1. GRAMSCI ANTONIO, La rivoluzione italiana, Newton Compton, Roma 1976.

 

  1. LESO ERASMO, Lingua e rivoluzione. Ricerche sul vocabolario politico italiano del triennio rivoluzionario 1796-1799, Istituto veneto di scienze, lettere ed arti, Venezia 1991.

 

6.      PRETO PAOLO, I giacobini veneti del secondo Settecento, in “incontro di studio: La “rivoluzione” del 1797 a Monselice e nella Bassa Padovana, Castello di Monselice (PD), 26 ottobre 1997.

 

7.      SAITTA A. , Filippo Buonarroti. Contributo alla storia della sua vita e del suo pensiero, Edizioni di storia e letteratura, Roma, 1950-51 vol. II.

 

8.      STENDHAL, Rome, Naples et Florence en 1817 suivi de l’Italie en 1818, a cura di Henri Martineau, Le Divan, Paris 1956.

 

9.      VILLARI R. , Il riformismo e l’evoluzione delle campagne italiane nel Settecento, attraverso gli studi recenti, in Studi storici, V, 1964.

 

10.  ZAGHI CARLO, L’Italia di Napoleone dalla Cisalpina al Regno, in Storia d’Italia, U.T.E.T., Torino, 1989.

 

11.  Atti del convegno commemorativo del novantesimo compleanno di Zaghi, Ferrara, 27 Marzo 2001.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



[1] C.CAPRA, L’età rivoluzionaria e napoleonica in Italia 1796-1815, in  Documenti della storia, Loescher, Torino, 1978, p 11.  

[2] ibidem

[3] C. Zaghi, L’Italia di Napoleone dalla Cisalpina al Regno, in Storia d’Italia, U.T.E.T., Torino, 1989, p. 19.

[4] C. Zaghi, op. cit . , pp. 20-21.

[5] R. Villari, Il riformismo e l’evoluzione delle campagne italiane nel Settecento, attraverso gli studi recenti, in Studi storici, V, 1964, n. 4, p. 613.

[6] C. Capra, op. cit. , pp. 317-318.

[7] Ibidem. 

[8] C. Capra, op. cit. , p 320  

[9] C. Zaghi, op. cit. , pp. 23-24

[10] Ibidem

[11] Atti del convegno commemorativo del novantesimo compleanno di Zaghi, Ferrara, 27 Marzo 2001.

[12] Ibidem

[13] C. Capra, op. cit. , p. 94.

[14] C. Capra, op. cit. , p 96

[15] Ibidem.

[16] C. Capra, op. cit. , p. 56

[17] Ibidem.

[18] C. Capra, op. cit. , p. 38

[19] C. Zaghi, op. cit. , pp. 60-61.

[20] C. Zaghi, op. cit. , pp. 159-161

[21] E. Leso, Lingua e rivoluzione. Ricerche sul vocabolario politico italiano del triennio rivoluzionario 1796-1799, Istituto veneto di scienze, lettere ed arti, Venezia 1991.

[22] P. Preto, I giacobini veneti del secondo Settecento, in “incontro di studio: La “rivoluzione” del 1797 a Monselice e nella Bassa Padovana, Castello di Monselice (PD), 26 ottobre 1997.

[23] V. Cuoco, Saggio storico sulla rivoluzione di Napoli, edizione critica a cura di Antonino De Francesco, Piero Lacaita Editore, Manduria-Bari-Roma 1998 (Cfr. anche Saggio storico sulla rivoluzione di Napoli del 1799, a cura di Nino Cortese (1896-1972), Vallecchi, Firenze 1926, da cui sono tratte le citazioni). Cfr. anche A. De Francesco, Vincenzo Cuoco. Una vita politica, Laterza, Bari-Roma 1997, che sottolinea la sostanziale fedeltà di Cuoco al giacobinismo e respinge la tesi che ne fa il «precursore del moderatismo politico e del conservatorismo sociale» (p. IX).

[24] V. Cuoco, Saggio storico sulla rivoluzione del 1799 ( reprint a cura di P. Villani ), Bari, Laterza, 1976

[25] C. Capra, op. cit. , p. 45

[26] Ibidem.

[27] C. Zaghi, op. cit. , p. 41.

[28] C. Zaghi, op. cit. , p. 27

[29] Stendhal, Rome, Naples et Florence en 1817 suivi de l’Italie en 1818, a cura di Henri Martineau, Le Divan, Paris 1956, p. 169.

[30] C. Zaghi, op. cit. , pp. 29-30.

[31] C. Capra, op. cit. , pp. 25-27.

[32] C. Zaghi, op. cit. , pp. 651-652

[33] B. Croce, Storia del regno di Napoli, Laterza, Bari 1980, p. 200.

[34] A. Gramsci, La rivoluzione italiana, Newton Compton, Roma 1976, p. 252

[35] C. Zaghi, op. cit. , pp. 652-653

[36]  Lettera di Buonarroti e Cerise a Pellisseri, Parigi, 3 febbraio 1796 ( trad. dall’originale francese ), in A. Saitta, Filippo Buonarroti. Contributo alla storia della sua vita e del suo pensiero, Edizioni di storia e letteratura, Roma, 1950-51 vol. II, pp. 1-2.

[37] C. Capra, op. cit. , p. 318

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categorie: storia moderna
martedì, 18 marzo 2008

Pirgopolinice e la Letteratura - Ennio.

[...] somno leni placidoque revinctus

[...] visus Homerus adesse poeta

O pietas animi!

[...] avvinto da un sonno dolce e tranquillo

[...] mi apparve il poeta Omero

O pietà dell'animo!

 

Ennio nacque a Rudiae ( Rugge, fra Brindisi e Taranto ) , come egli stesso ci dice in un verso esultante per la cittadinanza romana appena acquisita ( Nos sumus Romani qui fuimus ante Rudini ), nel 239 a.C. Egli venne considerato già dai suoi contemporanei il primo vero grande autore latino. Come i suoi predecessori, si dedicò all'epos, al teatro e all'insegnamento, però a differenza dei secondi fu molto più consapevole del suo operato. Ennio apparteneva a una famiglia di rango equestre, così ricevette un'accurata educazione retorica e filosofica. Partecipò alla seconda guerra punica, durante la qual incontro Catone ( il Censore ) che o portò a Roma. Per uno scherzo del destino Ennio, una volta giunto in città, si legò proprio al circolo inviso a Catone, ovvero il circolo degli Scipioni, con i Metelli, con Marco Fulvio Nobiliore. Una testimonianza di queste amicizie influenti ci è attestata da un'orazione di Cicerone, la Pro Archia, opera della quale tratterò diffusamente quando parleremo di Cicerone, avendola io interamente tradotta e analizzata. L'opera iù importante di Ennio è Annales. I manuai scolastici vi propineranno anche le sue opere teatrali, sia tragiche che comiche, io le ometto volutamente in quanto furono del tutto secondarie nella sua produzione e, soprattutto, di scarsissimo valore letterario e storico( solite conturnatae e pretextae ), tanto che quasi tutti i "canoni" ( graduatorie dei poeti ) sviluppatisi nel corso del II secolo a.C. inseriscono le opere teatrali di Ennio nelle ultime posizioni e il più famoso critico dell'epoca, Volcacio Sedigito, lo inserisce in ultima posizione,  ( giusto per la fama di cui godeva ), la decima, riservando il primo posto a Cecilio Stazio, il secondo a Plauto, il terzo a Nevio.

Vale la pena menzionare una delle sue operette filosofeggianti, l'Euehemerus, in cui divulga una singolare teoria secondo la quale gli dei, in origine, sarebbero stati eroi e benefattori dell'umanità e solo in seguito divinizzati.

Tornando agli Annales, possiamo dire che si tratta di un poema epico - storico  in 18 libri, raccolti in esadi e in triadi, di cui conserviamo circa 600 versi

Già dal primo verso, "Musae, quae pedibus magnum pulsatis Olympum = Muse, che camminando percorrete il vasto Olimpo", possiamo cogliere alcune importanti novità, ovvero l'introduzione delle Muse, fino ad allora sconosciute a Roma, e sopratutto l'introduzione dell'esametro. Come dissi alcuni post fa, Ennio comprese subito il valore di queste novità da lui apportate, e non si fece scrupoli ad attaccare i predecessori ( "[...]altri scrissero s questa materia/con i versi che un tempo cantavano i Fauni e gli indovini/quando ancora nessuno si era avvicinato alle rocce delle Muse/nè c'era alcuno, prima di me, che fosse studioso della parola ( dicti studiosus *) , /ma noi ardimmo aprire le fonti della poesia ). Ennio in quest'opera straordinaria fuse Omero con il gusto ellenistico, celebrò non solo Scipione, Marco Fulvio Nobiliore e Metello, ma anche 'intero popolo romano, trattandone tutta la storia, anno per anno, dalle origini ai tempi suoi, da Enea fio al 169 a.C., anno della sua morte. Restano immortali i suoi versi lapidari, concisi come sententiae, carichi di senso ( scriveva per esempio: Moribus antiquis res stat romana ririsque = la potenza romana poggia sugli antichi costumi e sui suoi uomini ).

Per quanto concerne lo stile, Ennio ebbe una straordinaria abilità descrittiva, testimoniataci, per esempio, dal frammento mitico che riguarda Ilia, figlia di Enea, madre di Romolo. Qui, nell'atmosfera angosciosa del sogno, egli riesce a tratteggiare con accuratezza la psicologia dei personaggi e lo sconvolgimento della protagonista, che prefigura in sogno la sua stessa morte per mano del tiranno Amulio, il quale la farà gettare nel Tevere. Numerosissimi sono gli effetti fonici e le metafore, persino i suoni onomatopeici ( il "taratantara" delle trombe ), o ancora assonanze ( " O Tite Tati tibi tanta, turannae, tulisti" ).

* in realtà dicti studiosus è un termine che Ennio utilizza in maniera esplicita  e tecnica per indicare il suo lavoro di filologo, infatti egli fu un grande studioso sia di testi greci, sia dei suoi predecessori romani. ( Di questo aspetto ci occuperemo trattando la filologia latina ).

Saluti dal vostro Pirgopolinice  

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martedì, 18 marzo 2008

Metrica, esametro dattilico.

Bene cari amici, come promesso vi parlerò dell’esametro dattilico. Voglio anche rincuorare coloro che per la prima volta si accostano alla metrica, infati, a dispetto del nome, e pur essendo il metro più diffuso, è anche il più semplice e pratico ( anche da leggere, ve lo assicuro ).
Dicevamo, perché esametro? Perché è strutturato in sei piedi.
Perché dattilico? Perché, di norma, è costituito in prevalenza da dattili (     ∪∪).
Il buon vecchio De Gubernatis ci informa che:
 
1.     L’esametro dattilico è un’esapodia catalettica in disyllabum secondo lo schema seguente:
 
L’ultimo piede catalettico in disyllabum     () assume la forma del trocheo (—    ), oppure, l’ultima sillaba anceps, dello spondeo (— —).
 
2.     Nei primi quattro, piedi dattili e spondei si alternano. Sullo scambio dei due piedi si basa in parte l’armonia del verso. La frequenza dei dattili conferisce all’esamentro un movimento rapido e impetuoso. La prevalenza invece degli spondei rende il ritmo più grave e lento.
 
3.     Il quinto piede di regola è un dattilo. Raramente il dattilo ( nel quinto piede ) è sostituito da uno spondeo, e, in questo caso, il quarto piede è di norma un dattilo. L’esametro così composto si chiama spondaico.
 
4.     Eccezionali sono gli esametri di soli spondei. Esempio: Qui te lenirem nobis meu conarere ( Catullo, 116 ).
 
Le cesure principali dell’esametro latino sono la pentemimera, l’eftemimera, e quella del terzo trocheo. Queste cesure sono dette principali, perché possono bastare da sole all’esametro. Ad esse si aggiungono spesso le cesure secondarie, tritemimera e seconda trocaica. La pentemimera ( per intenderci ) è quella dopo il quinto mezzo piede, cioè dopo l’arsi del terzo piede.
L’eftemimera sta dopo il settimo mezzo piede, cioè dopo l’arsi del quarto piede.
La cesura del terzo trocheo cade dopo la prima breve del terzo piede, che deve essere perciò un dattilo.
 
E con questo è tutto, la prossima volta parleremo del pentametro e del distico elegiaco ( esametro e pentametro ), con una breve escursione nella metrica catulliana.
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categorie: varie, metrica, esametro dattilico, esametro spondaico, pentemimera, eftemimera
lunedì, 17 marzo 2008

Pirgopolinice in pillole ( Consecutiva )

La consecutiva si riconosce dal fato che è preannunziata da:

 

Tutte seguite dal congiuntivo
così .......... che ( così..........da )  ita.........ut
così .......... che ( così.........da )  ( davanti adogg. ) tam......ut
tanto..........che ( tanto........da) tantum.........ut
tanto grande che ( tanto grande da ) tantus.........ut
a tal punto........che adeo..........ut

  

Tanti, plurale indicante numero = tot  

Esempio: Pirgopolinice è così buono da apparire come un dio = Pyrgopolinices tam bonus est t appareat deus.

o ancora: Pirgopolinice giunse con tanti amici da stupire ( che stupì ) = Pyrgopolinices cum tot amicis vennit ut omnes obstupefecerit.

Saluti dal vostro Pirgopolinice   ©

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categorie: tanti, tot , grammatica latina, consecutiva, ita ut, tantum ut, tantus ut, adeo ut
lunedì, 17 marzo 2008

NovitĂ  in arrivo :-)

 

Novità in arrivo dal mondo di Pirgopolinice, è infatti in allestimento il sito nella versione interamente inlingua latina!

Oltre ai contenuti di questo blog, troverete: un forum e una chat bilingue in italiano e in latino; una sezione dedicata ai linck verso altri siti in latino e tanto altro!  ©

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categorie: varie, news, attualitĂ 
domenica, 16 marzo 2008

Pirgopolinice intervista Nevio ( 270 ca - 201 ca a.C.)

Pirgopolinice: " Quando e dove sei nato?"

Nevio: " Anche se ho cittadinanza Romana, sono un campano di Capua, ove sono nato, se la memoria non mi inganna, nel 270 a.C. circa".

P. : "La tua condizione di libero cittadino, diversamente da Livio Andronico, ti ha permesso di esprimerti in maniera più libera?"

N.:"Io ho cercato con tutte le mie forze di difendere la mia libertà e il mio libero pensiero, spesso ho avuto modo di criticare i padroni di Roma, Scipione l'Africano e la famiglia dei Metelli. Non ricordi forse quel mio verso spiritoso che mi costò il carcere? "Fato Metelli Romae consules fiunt" ( Per volontà del fato i Metelli diventarono consoli a Roma ). Se non fosse stato per l'intercessione dei tribuni della plebe, avrei trascorso la mia vita in carcere, così una volta libero, mi diedi alla fuga, per trascorrere i miei ultimi giorni a Utica, in Africa." 

P. : "Vogliamo parlare della tua produzione letteraria ?" 

N. : "Il mio interesse principale è certamente il poema epico, ma non disdegno tragedie e commedie alla maniera italica. Il mio poema si intitola Bellum Poenicum, e, come suggerisce il nome stesso, tratto di argomenti che conosco, che ho vissuto in prima persona ome conbattente, al contrario di Livio che parlava di cose lontanissime. L'ho composto come carmen continuum ( senza divisione in libri ) e come metro ho scelto il buon vecchio saturnio. Con scrupolo ho inserito ognifatto della guerra contro i Cartaginesi, con qualche flashback mitico qua e là soprattutto sulla partenza di Enea da Troia e l'opera di Romolo. Il mio interesse è soprattutto quello di riportare un codice etico in cui si rispecchino gli ideali romani, senza esaltare solitari eroi, ma tutti, dal soldato al comandante, di chi ha saputo anteporre all'interesse personale quello collettivo della res publica. Per me la guerra è stata vinta grazie alla fedeltà di tutti i combattenti romani ai nostri valori, pietas e virtus."

Saluti dal vostro Pirgopolinice      ©

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categorie: letteratura, letteratura latina, nevio
sabato, 15 marzo 2008

Metrica e Prosodia

L'altro giorno vi ho parlato di SATURNIO, ma di cosa si tratta? Bene il saturnio era un metro, cioè un modo di versificare, come potrebbe essere per noi oggi il sonetto e l’endecassilabo.
Il saturnio era un metro molto irregolare e aspro, usato per riti magici, per la poesia, ma anche per le leggi scritte, per far sì che, grazie alla particolare cadenza, conferisse serietà alle leggi stesse ( un esempio lo troviamo nelle leggi delle XII tavole ).
 
Ogni genere letterario ha il proprio metro, così il vostro Pirgopolinice, uscendo dalla penna di Plauto, essendo un personaggio di teatro comico, usa il giambo, precisamente il trimetro giambico, un verso che doveva essere molto vicino alla parlata popolare, che consentiva battute salaci e l’utilizzo di un linguaggio popolare.
 
Comunque, andiamo al sodo, il metro più usato dai romani, quello della grande epica ( dell’Eneide di Virgilio per intenderci ), ma non solo dell’Epos, anche della poesia erudita ( si veda Catullo ), è anche stavolta un metro originario della Grecia ( Omero scrisse l’Iiade e l’Odissea in esametri ), l’esametro.
 
Passiamo ad alcune regolette fondamentali di prosodia e metrica, alcune delle quali si possono trovare in qualsiasi manuale di metrica, soprattutto in quello che viene considerato il migliore ( de Gubernatis ).
Questo tipo di metrica vi servirà, forse, per la scuola ( liceo classico ) e, sicuramente, per l’Università, anche se per quanto concerne la lettura secondo me sono tutte cazzate hehe. Io mi chiedo sempre cosa ci avrebbero tirato dietro i vari Virgilio, Catullo, Orazio ecc.ecc. se ci avessero sentito leggere le loro opere in questo modo, comunque andiamo a noi e analizziamo questa metrica.
 
1.       La metrica in senso stretto ha per oggetto di studio la versificazione greca e latina.
2.       Chiamasi prosodia il complesso delle regole dell’accentuazione e della quantità sillabica delle parole.
3.       L’accento latino non risale mai oltre la terzultima sillaba ( meglio nota come legge del trisillabismo ).
4.       La posizione dell’accento è regolata, nelle parole di tre o più sillabe, dalla quantità della penultima ( legge della penultima), e cioè l’accento posa sulla terzultima se la penultima è breve ( lègere ), e sulla penultima se questa è lunga per natura ( monère ) o per posizione ( potèstas ). Nelle parole bisillabe l’accento è sempre sulla sillaba iniziale (pàter, ròsa ).
5.       Carattere normale dell’accentuazione latina è la baritonesi. In altri termini  nessuna parola latina è normalmente accentuata sull’ultima.
6.       Se una sillaba con vocale breve è seguita, nell’interno della parola, da muta cum liquida , in prosa non si ha alcuna posizione, cioè la sillaba rimane breve: latebre, tenebre.
7.       Le mute sono: b, p, ph, d, t, th, g, c, qu-, ch-. Le liquide: l, m, n, r.
8.       I dittonghi sono lunghi per natura.
9.       E’ lunga la vocale che risulta da contrazione.
10.    Vocalis ante vocalem corripitur . E’ breve nell’interno della parola la sillaba che termini in vocale e sia immediatamente seguita da un’altra vocale o da h con vocale: deus, fuit, veho.
 
Queste non sono vere e proprie leggi, e chi è pratico di latino lo sa, ma semplicemente delle linee guida, visto che nella maggioranze dei casi abbiamo numerosissime eccezioni di cui vi riporto alcuni esempi:
a nella desinenza è lungo salvo nel nominativo, vocativo, accusativo;
e nella desinenza è breve ( tranne ablativo singolare della quinta declinazione, (die, facie);
i è lungo;
o è breve ( tranne nei nominativi della terza declinazione, es. homo ) ;
u è lungo;
as è lungo;
es è lungo;
is è breve ( tranne nei dativi e ablativi della prima e della seconda declinazione );
os è lungo;
us è breve ( tranne nel genitivo singolare, nominativo e accusativo plurale della quarta declinazione ).
 
Andiamo alla metrica vera e propria:
 
1.       Piede è un gruppo di sillabe brevi e lunghe riunite sotto un ictus ( accento ritmico o percussione ).
2.       Nel piede si distinguono l’arsi, che è la parte forte, quella cioè segnata da ictus, e la tesi che è la parte debole.
3.       L’unità di misura del piede è la breve. La lunga è generalmente considerata di durata doppia della breve.
4.       L’arsi è rappresentata di norma da una sillaba lunga.
5.       La lettura d’un verso per arsi e tesi dicesi scansione.
 
 
Vediamo ora i piedi principali:
 
1.       Piedi di tre unità:
 
 
 
∪∪∪ = tribraco
    = trocheo
 
 
   ∪ — = giambo
 
 
2.       Piedi di quattro unità:
 
∪∪∪∪ = proceleusmatico
 
    ∪∪ = dattilo
 
∪∪— = anapesto
 
    — = spondeo
 
 
 
Nei prossimi post dedicati alla metrica, parleremo in maniera approfondita del metro più utilizzato, l’esametro dattilico, trattando in seguito in maniera meno dettagliata gli altri metri.
Saluti dal vostro Pirgopolinice     ©
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categorie: , tesi, latino, mute, metrica, piede, giambo, dattilo, prosodia, liquide, arsi, ictus, trocheo, tribraco, proceleusmatico, anapesto
sabato, 15 marzo 2008

Seconda declinazione temi in o ( breve )

Singolare                                                                                         Plurale

Nominativo     Amicus                                                                    Amici

Genitivo          Amici                                                                      Amicorum

Dativo             Amico                                                                     A micis

Accusativo     Amicum                                                                   Amicos

Vocativo         Amice                                                                     Amici

Ablativo          Amico                                                                     Amicis

 

Dativo singolare o più ei = oi -> cade la i resta la o

Accusativo singolare om -> la o si oscura in u

Ablativo singolare od-> o

Genitivo plurale om -> um -> orum

Accusativo plurale ons -> os

Ablativo plurale o più eis -> ois -> is  

©

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categorie: grammatica latina, seconda declinazione
sabato, 15 marzo 2008

Che

1) Pronome relativo, quando, prima di esso, si trovi un sostantivo al quale si riferisce ( e mai un verbo ).

Esempio: Tu ami coloro che Pirgopolinice ritiene buoni = Amas, quos Pyrgopolinices bonos putat, o ancora: Quos Pyrgopolinices bonos putat, tu amas.

2) Che congiunzione in dipendenza da verbo dicendi od opinandi ( introduce l'oggettiva ).

Esempio: Pirgopolinice diceva che Artotrogo era partito = Pyrgopolinices icebat Artotrogum decessisse.       Tu pensavi che molti avrebbero chiesto il tuoaiuto = Cogitabas multos auxilium tuum petituros esse.

3) Che interrogativo = che cosa = quid.

Esempio: Che farà il legato? = Quid legatus faciet?

4) Che esclamativo = quale, quali - in caso accusativo.

Esempio: Quali modi! = Quos modos!       

 ©

venerdì, 14 marzo 2008

Prima Declinazione in -a lunga

Singolare                                                                                          Plurale

Nominativo. ros-a                                                                            ros-ae   

Genitivo.       ros-ae                                                                         ros-arum

Dativo.          ros-ae                                                                         ros-is  

Accusativo.  ros-am                                                                         ros-as

Vocativo.      ros-a                                                                           ros-ae

Ablativo.       ros-a                                                                           ros-is

 N.B: LE VOCALI SEGNATE IN ROSSO SONO BREVI, QUELLE IN BLU SONO LUNGHE!

Nel nominativo plurale ( rosae) la -ae deriva dai seguenti passaggi: A + la desinenda del purale S -> ai -> ae

Nel genitivo singolare -ae deriva da ai ( i lunga)-> ai ( la i siabbrevia, vocalis ante vocalem corripitur)->ae

Anche nel dativo abbiamo -ae, ma la derivazione è diversa: a ( lunga)-> ei-> ai-> ae

Nel vocativo singolare la terminazione finale era -ad ( con la a lunga) -> la d cade-> a ( lunga) 

Nel genitivo plurale -arum è dato da asom ( la s si rotacizza  la o si oscura in u )

Nel dativo e ablativo plurale la -is viene da bos-> bus-> ais-> eis-> is

Nell'accusativo plurale as è dato da ns-> s 

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categorie: news, grammatica latina, prima declinazione

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